I musicanti di Porto

Storie da un paese che ce l’ha fatta

C’erano una volta i P.I.I.G.S.
Ve li ricordate? L’acronimo che alludeva ai maiali, e che voleva dire Portogallo Irlanda Italia Grecia Spagna. Per restare in metafore animalesche, i somari d’Europa, quelli in crisi, che rischiavano di trascinarsi dietro tutto l’impianto comunitario nello sfacelo dei loro conti, nel capriccio dei cicalecci estivi, nell’approssimazione tutta cattolica, secondo il nord calvinista, del ‘tanto Dio ci aiuterà e in qualche modo faremo’.

Il Portogallo, però, stava molto peggio di noi. Il paese rischiava la bancarotta, a un passo dalla Grecia sembrava destinato a seguirne l’ignominiosa eutanasia: si rischiò per esempio di non pagare gli stipendi ai lavoratori del settore pubblico -insegnanti, poliziotti, impiegati, eccetera – che vennero comunque tagliati, anche del 30%.  A seguito della crisi del 2008 la disoccupazione raddoppiava, e nel periodo peggiore si contavano 52 fallimenti al giorno. Il paese era entrato nell’Unione Europea solo nel 1986, e la dittatura autarchica e bigotta di Antonio de Oliveira Salazar lo aveva tenuto in una sorta di isolazionismo ruralista per 40 anni. L’economia portoghese era dunque storicamente fragile, e dopo un primo momento di euforia (di cui l’expo di Lisbona nel 1998 era stato un momento magico) arrivava la crisi vera. Per evitare il default nel 2011 il paese dovette accettare un prestito -un “salvataggio internazionale”- da 78 miliardi di euro.  

Dotato di un certo spirito pubblico e di senso civile, oltre che di una docilità che piaceva tanto a Salazar, il popolo portoghese non si è cannibalizzato in rabbie e rancori e oggi sente di esserne uscito: ha attraversato la crisi senza mai perdere la speranza e la dignità. Il suo capo di Stato, in visita negli Stati Uniti, lo scorso anno rispose per le rime anche a Donald Trump, che gli faceva le battutine su CR7: “quando diventerà presidente del Portogallo?” E lui: “guardi, sig. presidente, che il Portogallo mica è come gli USA, alle cariche pubbliche si candida gente seria“. In patria si levò un boato come ai mondiali.

Porto vs. Lisbona


Regna dunque un certo meritato entusiasmo oggi, in Portogallo. Dopo quattro anni di lacrime e sangue, di austerità, privatizzazioni e tagli, dal 2015 sono in atto misure espansive per le quali si è tornati a parlare di miracolo economico.  
Anche a Porto (dei cui sapori e colori recentemente LineaDiretta24 ha raccontato), lungo le rive del Douro, immersi nella luce atlantica del tardo pomeriggio, tra azulejos, venti del nord e memorie di re navigatori, nella pensosa follia di chi è cresciuto non affacciato su un mare caldo e rassicurante come il Mediterraneo, ma fissando il misterioso e freddo Oceano.

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Porto è molto diversa da Lisbona. Nonostante sia anch’essa una città tra il fiume e il suo mare, non ha conosciuto la stessa euforia che ha contagiato Lisbona negli anni ’90. La capitale veniva presa d’assalto da 500.000 retornados – i portoghesi che rientravano da Angola e Mozambico a seguito della decolonizzazione degli anni 74-76 – e da africani in fuga dalle guerre civili nelle ex colonie, generando enormi slums ma anche un meticciato che l’avrebbe resa cosmopolita ed effervescente sotto molti aspetti, compreso quello culturale, artistico e musicale: la capitale dell’african awakening, e di una musica afro-global-fusion-dance che si sarebbe diffusa in tutta Europa. Porto no. Porto ha continuato a sonnecchiare più a lungo, in continuità con la tradizione autarchica portoghese e un certo luogo comune struggente e malinconico, la saudade. Poi la ripresa. Poi la crisi. E ora di nuovo in movimento.

Musica, festa, saudade. E sardine arrosto

Nella Feira di Sào Joào, la festa di san Giovanni, per le strade di Porto gira mezzo milione di persone con tanto di porri e martelli in gommapiuma da dare in testa agli altri -amichevolmente, s’intende. Gruppi folkloristici sfilano danzando in costume accompagnati dalle bande musicali, nelle cui note risiedono le radici delle batuque brasiliane, solo che queste sono più composte e molto meno afro. Ovunque fumo di sardine arrostite: un fumo che sa di oceano e di banchi di merluzzo, appresso ai quali i pescatori portoghesi arrivarono a Terranova assai prima di Magellano. E musica. Tanta musica.

PortoTanto euforica è la Feira quanto struggente è il lungofiume al tramonto, in un qualsiasi pomeriggio di primavera-estate. Ma lì non senti suoni africani: la via di Porto al cosmopolitismo è un po’ più conformista, e guarda a una scena più europea e rassicurante. Senti risuonare le cover degli Oasis, dei Radiohead, di Amy Winehouse o gli ultimi successi della stagione. I musicisti di strada sono tutti giovanissimi, molti potrebbero essere stranieri, sono tutti molto professionali, forse un po’ prevedibili. Susana Silva ad esempio percuote forte la chitarra come fosse un basso. Ha una voce roca e sofferente che ricorda Janis Joplin, nientemeno, e viene fuori dalle ombre come in un quadro di Caravaggio. Quella voce roca e sofferente, e quel venire fuori dall’ombra, mi sembrano una metafora del suo paese: Susana Silva, born and raised in Portugal, is currently building her career in music industry from London, UK, recita il suo profilo YouTube. I suoi vestiti blu un po’ freak sembrano fare pendant con l’azzuro delle mattonelle.

Mi fermo a lungo ad ascoltarla, estraggo lo smartphone e un po’ mi vergogno di fare una cosa così turistica in un luogo così turistico come la Rua das Flores. Turisti in infradito fanno milioni di selfie, che postano in tempo ‘reale’, con Susana a far da sfondo. Lei, però, che avrà si e no venticinque anni, regala solo a me un’espressione così intensa che pare avermi visto, o almeno così mi piace pensare. Io la catturo in questo scatto e poi mi dileguo. So di avere poco tempo. Quella a Porto, dove mi trovo su invito dell’Università di Viana do Castelo, per me sarà una visita lampo, e per quanto mi voglia atteggiare a viaggiatore, come Magellano, Colombo e Livingstone, resto pur sempre un turista, un predatore globale di immagini, di sensazioni e di atmosfere da portare a casa e conservare nella memoria del dispositivo e del profilo social.

Questa foto però, scattata un anno fa, nonostante il miracolo economico, nonostante la gioventù globale, nonostante una certa omologazione che pare inevitabile per chi vuol uscire dall’ombra della crisi, mi riporta al profumo delle sardine arrosto, e alle ombre  taglienti dell’oceano che inizia in Portogallo e finisce nel Nuovo Mondo. E mi regala ancora una certa saudade.
 Porto

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.