Città perdute: viaggio nel tempo senza età

Città perdute, “archeologicamente sterili”, mutilate dalla barbarie di guerre senza età, volto e nazione: musei urbani devastati dall’ignoranza, dall’arrivismo e dal potere fine a se stesso. Il nostro viaggio inizia qui; dall’inferno della sublime Babilonia -emblema e scenario apocalittico di tre grandi religioni abramitiche- per raccontare la genesi culturale di un paradiso violato dalla Bibbia della disumanità.

Le acque dell’Eufrate

città perdute

Palmira

rivendicano giustizia per una terra madre di tutte le terre; culla, gineceo e seme della cultura universale. Eppure, ci sono lembi di paradiso che “potrebbero presto finire senza storia”: queste le parole di Johanna Farchakh -nota archeologa- di fronte agli odierni atti vandalici legalizzati che, a furia di strattoni e fittizi “giochi delle parti”, stanno cancellando, insieme al patrimonio architettonico, secoli di storia e di civiltà. Viaggiare è un’arte. Il viaggio è piacere, è scoperta, è crescita, è rispetto; e quando il rispetto viene a mancare ogni percorso, inevitabilmente, si trasforma in denuncia. E’ difficile stabilire il confine tra il bello e il sublime di un’arte che è cultura, resa acefala dalla ghigliottina dell’onnipotente nefandezza umana. E’ con rimpianto e tanta nostalgia che si schiude questo excursus delle meraviglie nella Mesopotamia babilonese, della moderna Al Hillah; un viaggio senza sosta che, dalla perla siriana di Damasco -la splendida Palmira- si spinge oltre confine, per penetrare i tesori nascosti di un’altra magica terra, gran Canyon di Giordania: la strabiliante Petra, ottava meraviglia di arte, cultura e civiltà.

La Torre di Babele

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole (…) Gli uomini (…) si dissero l’un l’altro: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e faccaimoci un nome, per non disperderci su tutta la terra.”

Al Hillah: è questo il nome della moderna Babilonia, distante appena 80 km da Baghdad. Guerra e distruzione non hanno offuscato gli antichi fasti della gloriosa città, custode della zigurrat più popolare della storia liturgica: la torre sacra a forma piramidale, apoteosi architettonica dell’apocalittica leggenda biblica della torre di Babele. Cullate dalle antiche acque del Tigri e dell’Eufrate, le antiche rovine della citt città perduteà imbastiscono nuove possibilità di restauro in contrasto con i “fautori dell’irreversibilità” urbanistica dell’intero patrimonio architettonico mutilato dalla guerra; soprattutto durante il regime dittatoriale di Saddam Hussein e della sua politica di bonifica. Un “conguaglio” che si è tradotto in “perdite” in termini di infiltrazioni di acqua dal terreno che ha finito di compromettere uno scenario post bellico già fortemente debilitato. Un lazzaretto architettonico che sembrava destinato a soccombere in balìa dell’incuria e della cattiva amministrazione che, fortunatamente, è stato riscattato dal World Monuments Fund (organizzazione no profit con sede a New York) artefice della ricostruzione di un modello fedele all’antica urbs. Un progetto che si è concluso con l’allestimento di un interessante museo all’interno del quale è possibile “attraversare” le rovine dell’antica Babilonia. La monumentale porta di ingresso alla città,città perdute dedicata a Ishtar, dea dell’amore e della guerra, apre lo scenario all’antica via delle Processioni, principale collegamento tra lo ziqqurat, i sette terrazzamenti ed il palazzo delle feste. Riesumata dagli scavi archeologici del 1912, la Porta di Ishtar è stata restituita al suo antico splendore dall’archeologo tedesco Robert Johann Koldewey che, nel Pergamonmuseum di Berlino, ha “riassemblato” mattone su mattone porzioni del monumentale ingresso babilonese. Bassorilievi e file fantastiche di tori ed animali troneggiano sulle piastrelle smaltate, donando allo sguardo l’effetto decorativo di un pittorico tappeto orientale dall’inconfondibile colore blu dei mattoni invetriati. Insieme ai tori -simbolo di Adad, dio della pioggia- spiccano, in rilievo, draghi e leoni omaggio a Marduk -dio della creazione- e alla dea Ishtar, protettrice dell’esercito babilonese. Ma è all’interno dello storico quartiere Merkes che la biblica “padrona dei Regni” rispolvera il suo antico passato attraverso i resti di suggestive dimore tra le quali spiccano, per importanza ed imponenza, il Palazzo Reale di Nabucodonosor. Terzo ingresso di cinque cortili , la residenza reale si affacciava su quella che, probabimente, era stata asservita al difficile ruolo di Sala del Trono per dimensioni ed artifizi architettonici; caratterizzata da un mosaico monocromatico dallo scintillante azzurro smaltato di singolari decorazioni. Tra sfarzi, vita di corte, harem e cortigiane, anche l’arte sacra reclama spazi e culti di tutto rispetto, come quello in onore del dio Marduk, patrono della città di Babilonia e venerato all’interno del Tempio Esagila. Dulcis in fundo, i Giardini Pensili che rappresentano una delle sette meraviglie del mondo antico, fiore all’occhiello di un’antica urbs tutta da scoprire, insieme ad altri paradisi perduti tra gli intramontabili gioielli d’arte, cultura e civiltà.

Città perdute: Palmira, la sposa del deserto

Palmira: sposa del deserto, meta e pellegrinaggio di viaggiatori e mercanti; città aperta e ponte tra oriente ed occidente. L’antica perla di Damasco apre il sipario al chiassoso passato che dalle antiche carovane e giunge fino a noi, in maniera stridula, quasi irriverente, attraverso la cruda realtà di una cronaca nera che risuona come un bollettino di guerra e desolazione. Palmira, gioiello aramaico e Tadmor (palma) del deserto siriano, riposa tra le macerie dell’umana scelleratezza. Segnalata “a rischio” dalle autorità competenti si è traformata, nel 2015, in città-lazzaretto di morte e distruzione da parte di fanatici miliziani jihadisti che, tra le rovine dell’antica urbs, hanno proclamato lo Stato Islamico di un subdolo gioco di potere. Vogliamo omaggiare la “città perduta” attraverso un viaggio virtuale -al di là del tempo e della proverbiale umana disumanità- per riportare agli antichi fasti Palmira e il suo imponente patrimonio archeologico attraverso il filo conduttore di una sacralità che, dai templi, ci condurrà nel cuore di una delle civiltà, simbolo della “cultura dell’eternità” di una memoria, che neanche la più cruda barbarie è riuscita a scalfire.
La cultura preislamica annuncia, copiosa, un susseguirsi di piccoli ginecei del culto; tra questi il tempio di Al-at, distrutto dai cristiani tra il 368 e il 386, commemora il glorioso passato di Palmira attraverso i reperti archeologici di un modesto altare e di una colossale statua, rinvenuta nel 1977, raffigurante un leone città perdute nell’atto di proteggere un orice. L’imponente felino marmoreo, eletto a simbolo di pace e fratellanza, riporta sulla zampa una singolare iscrizione: “Al-at benedirà chi non spargerà sangue nel santuario”. Un ammonimento che oggi risuona come una moderna profezia. Una città mistica che ospitava, al suo interno, luoghi di ineccepibile sacralità adibiti al culto politeista degli dei. Tra questi il tempio di Bel, dedicato al sommo Giove, gineceo di virtuosismi architettonici, tra cui spicca il famoso bassorilievo che celebra, in chiave simbolica, la liturgica processione in onore di Bel. Un tempio delle meraviglie che si espande anche fuori dalle mura dell’imponente struttura, attraverso le trampoliniche alture dei propilei, immuni a distruzioni e terremoti. E ancora, Il Tempio di Baalshamin, consacrato a Mercurio che, con l’avvento del cristianesimoè stato trasformato in una chiesa; e poi l’arco di Settimio Severo e la Via Colonnata, lunga 1100 metri, che si concludeva con tre monumentali arcate; fino al Tetrapylon (Tetrapilo) -eretto durante l’impero di Diocleziano all fine del III secolo- che, attraverso l’abile gioco “gravitazionale” di quattro imponenti colonne, ospitava 150 tonnellate di cornice marmorea. Un patrimonio dell’umanità giunto fino a noi e che i miliziani jihadisti hanno distrutto  nel gennaio 2017, in virtù di un Stato Islamico ora privo di identità e cultura.
Tuttavia, un altro angolo di paradiso sembra resistere all’usura del tempo e delle diaboliche “guerre sante”. Per commemorare queste splendide città perdute nella notte dei tempi (e della barbarie “umana”), abbiamo scelto la settima meraviglia dell’UNESCO: Petra di Giordania.città perdute Una città sommersa dalla sabbia che oggi rivendica la propria solitudine tra le fessure di imponenti rocce calcaree. Il nostro singolare gran Canyon delle meraviglie termina qui -di fronte alla facciata del Tesoro dei Faraoni– nello splendido scenario da mille e una notte di Petra; oasi calcarea di un’intima riscoperta di “reperti dell’anima”, in grado di riesumare capolavori di una grande e nuova rivoluzione umana.

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Annamaria Di Sibio

Passione e malinconia. Si, la vita è passione e malinconia; come l'estate e i rigidi inverni dell'anima, come la pioggia, con il suo triste e malinconico ticchettio, preludio alla primavera e poi l'estate, e ancora l'estate e l'eterna passione per la vita. Dura ma meravigliosa questa vita.Un dono inestimabile questa nostra esistenza: non siamo nati per sopravvivere, ma per vivere intensamente questo paradiso terrestre magicamente imperfetto che ci addestra leoni nella giungla d'asfalto della quotidianità. Cosa sarebbe la vita senza la malinconia? Che sapore avrebbe la felicità fine a se stessa, la gioia senza la soddisfazione del merito, della fatica, della sana competizione? Che sapore avrebbe una vita priva di coraggio, di lotta per la sopravvivenza e cosa sarebbe una vita senza ambizioni? Tristezza. Sarebbe insipida, inutile, sterile, frigida tristezza. Anche oggi la malinconia prende il sopravvento, mi lacera, mi incupisce, mi fa piangere. Io e la malinconia: amiche, compagne, sorelle. Abbiamo percorso lunghi sentieri, a volte tortuosi, a volte ripidi eppure siamo ancora qui, io e lei , a ridere delle paure del passato, a brindare alle vittorie ottenute, a benedire gli errori che ci hanno plasmato così come siamo adesso: vive, malinconicamente vive, magicamente noi, io e lei, la mia malinconia. La malinconia è donna, ne sono certa. Ha lunghi capelli nero corvino, proprio come i miei. Bussa ogni giorno alla mia porta per farmi compagnia, per ricordarmi che la fragilità è umana, che la tristezza e il dolore fanno parte della vita e che, senza di loro, non potrebbe esistere la felicità. Gioia e dolore: due facce della stessa medaglia, due modi di vivere e di pensare la vita. Si, la vita è ciò che pensiamo, è come la viviamo, è come la amiamo. La vita siamo noi. Questa sono io.