Dal Taj Mahal all’Alhambra: le mille e una notte del Castello di Sammezzano

Fagli la carità, o donna, perchè non c’è niente di più triste che essere cieco a Granada”. Così lo scrittore newyorkese Washington Irving celebrava la splendida città andalusa nel suo libro più famoso intitolato “ I racconti dell’Alhambra”. E come dare torto ad un autore che, da poeta e scrittore, ha saputo cogliere la quintessenza di un’apoteosi artistica, mistica e architettonica unica, scenografica, magica? Un atavico gioco seduttivo tra l’affascinante cultura araba e l’ardente passione andalusa, fulcro e malinconia di un “madrigal de verano” che dal sommo poeta Federico Garcia Lorca ha varcato i caldi confini andalusi e trovato accoglienza in terra d’etruria, a Sammezzano,  tra le mille e una notte del “ bel paese delle contraddizioni”.

Il Castello di Sammezzano

Siamo a Leccio, in Toscana, e ciò che stiamo per mostrarvi è L’Alhambra italiana: il Castello di Sammezzano.
L’Italia di Michelangelo e degli Uffizi tace, cela, forse rinnega quest’apoteosi moresca, alchimia di suggestive contaminazioni di culture, stili ed architetture di ineguagliabile bellezza, armonia, maestosità. Si, maestosità! E non si può essere ciechi di fronte all’imponenza del Castello di Sammezzano; forse si può soltanto trattenere il respiro di fronte a tanta magnificenza; forse si può restare attoniti, accecati dinanzi allo spettacolo dei giochi di luce delle ceramiche a lustro, antiche, altere, decorate con raffinati disegni magistralmente incastonati nelle atmosfere cromatiche dorate e bluastre di uno stile moresco inconfondibile e strabiliante. Eppure sembra che, ancora una volta, a dominare non siano i giochi di luce ma i soliti noti giochi di potere. Nel bel paese dell’arte e della cultura non c’è spazio per Sammezzano. E il Taj Mahal italiano, andaluso nell’anima, giace inerme, abbandonato, dimenticato nell’inferno dantesco del “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”: uno scenario che di italiano ha soltanto il melodramma di un’indifferenza che lacera, avvilisce e rende impotenti le stesse associazioni di cittadini che, attraverso una raccolta fondi, vorrebbero riscattare l’”Alhambra italiana”dall’avverso destino di abbandono e di decadenza.

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Taj Mahal e Alhambra: corpo e anima del Castello di Sammezzano.

Plasmato dalla poliedricità artistica di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, architetto e botanico, il Castello di Sammezzano racchiude, al suo esterno, elementi architettonici musulmani che lo assimilano, in stile e imponenza, al mausoleo Taj Mahal (patrimonio dell’unesco inserito, nel 2007 , tra le “nuove sette meraviglie del mondo”). Di fronte a tanta austerità si rimane esterrefatti quando, varcata la soglia di “cotanta imponenza” si resta così, senza fiato, rapiti dal bagliore dei magici giochi di luci di un’andalusiar moresco che sublima lo sguardo e l’anima di chi l’osserva.

castello di sammezzano

Dettaglio Sala dei Pavoni

Trecentosessantacinque stanze per rappresentare l’atmosfera fiabesca di un anno da mille e una notte: la sala Bianca, la sala dei Pavoni, la sala degli Specchi, la sala delle Stalattiti, la sala degli Amanti, la sala dei Gigli; sono solo alcune delle stanze in cui cupole formate da archi intrecciati, mosaici in ceramica a lustro dagli inconfondibili colori blu e oro, simbolismi, motti, giochi di luce e virtuosismi architettonici rimandano all’originalità del genio ideatore che vede, in Ferdinando Panchiatichi Ximenes d’Aragona, il mentore indiscusso di una rivoluzione artistica senza precedenti; una vita, la sua, dedita alla ricerca del bello e del sublime di un’ arte troppo spesso mercificata dagli interessi personali e dalle stesse istituzioni. Impegnato anche sul fronte politico, Ferdinando Panchiatichi Ximenes d’Aragona decise, nel 1867, di “gettare la spugna” dichiarando : “Mi vergogno a dirlo, ma è vero, l’Italia è in mano a ladri, meretrici e sensali, ma non di questo mi dolgo, ma del fatto che ce lo siamo meritato”. Quasi una profezia, la sua, che annunciava il triste presagio di un destino irreversibile, una sorta di maledizione. Messo all’asta, il Castello di Sammezzano è stato rilevato, nel 1999, da una società inglese. Nel 2012 si è costituito un comitato con lo scopo di valorizzare e promuovere questo inestimabile patrimonio artistico – culturale. Nell’ Ottobre del 2015 il castello è stato di nuovo messo all’asta. Nello stesso anno è nato “Save Sammazzano”, un movimento popolare formato da decine di migliaia di persone tra cui storici dell’arte, architetti, archeologi ed economisti riuniti intorno a un’ importante iniziativa di valorizzazione di questo inestimabile patrimonio artistico- eletto dalla FAI (fondo ambiente italiano) “luogo del cuore 2016”-  con lo scopo di  renderlo accessibile a tutti . ( Sulla pagina facebook Save Sammezzano trovate tutte le iniziative). Intanto, i volontari del movimento hanno costituito un’associazione chiamata “TutelArte” per dar voce, attraverso Sammezzano, all’intero patrimonio artistico italiano.

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Annamaria Di Sibio

Passione e malinconia. Si, la vita è passione e malinconia; come l'estate e i rigidi inverni dell'anima, come la pioggia, con il suo triste e malinconico ticchettio, preludio alla primavera e poi l'estate, e ancora l'estate e l'eterna passione per la vita. Dura ma meravigliosa questa vita.Un dono inestimabile questa nostra esistenza: non siamo nati per sopravvivere, ma per vivere intensamente questo paradiso terrestre magicamente imperfetto che ci addestra leoni nella giungla d'asfalto della quotidianità. Cosa sarebbe la vita senza la malinconia? Che sapore avrebbe la felicità fine a se stessa, la gioia senza la soddisfazione del merito, della fatica, della sana competizione? Che sapore avrebbe una vita priva di coraggio, di lotta per la sopravvivenza e cosa sarebbe una vita senza ambizioni? Tristezza. Sarebbe insipida, inutile, sterile, frigida tristezza. Anche oggi la malinconia prende il sopravvento, mi lacera, mi incupisce, mi fa piangere. Io e la malinconia: amiche, compagne, sorelle. Abbiamo percorso lunghi sentieri, a volte tortuosi, a volte ripidi eppure siamo ancora qui, io e lei , a ridere delle paure del passato, a brindare alle vittorie ottenute, a benedire gli errori che ci hanno plasmato così come siamo adesso: vive, malinconicamente vive, magicamente noi, io e lei, la mia malinconia. La malinconia è donna, ne sono certa. Ha lunghi capelli nero corvino, proprio come i miei. Bussa ogni giorno alla mia porta per farmi compagnia, per ricordarmi che la fragilità è umana, che la tristezza e il dolore fanno parte della vita e che, senza di loro, non potrebbe esistere la felicità. Gioia e dolore: due facce della stessa medaglia, due modi di vivere e di pensare la vita. Si, la vita è ciò che pensiamo, è come la viviamo, è come la amiamo. La vita siamo noi. Questa sono io.