Cartagena, città “d’amore e di altri demoni”

 

 

“No hay medicina que cure lo que no cura la felicidad”
(Non c’è medicina che guarisca quello che non guarisce la felicità)
Gabriel Garcia Marquez

 

Siamo nel cuore dei Caraibi , all’interno dell’ antica “ciudad Amurallada”, la splendida Cartagena de Indias. Dichiarata, nel 1984, patrimonio dell’umanità dall’Unesco, la “perla della Colombia” dispiega le vele ai suoi lunghi e travagliati “cent’anni di solitudine” per raccontare la bellezza e la malinconia di una prosa di cromatismi coloniali da premio nobel. Cartagena de Indias, la città di ponente, nera e combattiva, definita da Simon Bolivar “la Heroica” per essere sopravvissuta agli attacchi e ai saccheggi di filibustieri e pirati senza scrupoli, è l’altra faccia della Colombia. Sorella “latina” dell’omonima città spagnola, l’antica ciudad “dell’amore e di altri demoni” sembra quasi voler rinnegare, attraverso la paradisiaca atmosfera dei suoi strabilianti scorci d’autore, l’apocalittico inferno di un remoto e funesto passato.

Cartagena de Indias e i suoi “demoni”

Cartagena de IndiasCapitale del dipartimento di Bolivar, Cartagena è una delle più ambite mete turistiche della Colombia. Situata in una posizione strategica, sulla costa settentrionale del Mar dei Caraibi, la perla latina è circondata da isole e lagune di straordinaria bellezza. Grande fascino ma altrettanta malinconia nel vecchio e glorioso porto, un tempo crocevia di scambi commerciali di un colonialismo a volte spietato, crudele, avvezzo alla disumana alienazione di una schiavitù che, ancora oggi, rivive tra le memorie, negli  antichi anfratti del centro storico, teatro di lotte per un’indipendenza tuttora motivo di orgoglio pei i “Bolivariani”. Fondata nel 1533 da Pedro de Heredia, Cartagena de Indias fu concepita a immagine e somiglianza dell’omonima ed austera città spagnola. Una città- fortezza “la gloriosa ciudad” che ha innalzato le antiche mura dell’ “Amurallada” e la sua celeberrima Porta dell’Eldorado, a vessillo di una tanto sofferta quanto agognata libertà che, a furia di atroci conflitti interni, si è tradotta in esemplare manifesto di indipendenza; una libertà politica, sociale, etica che soltanto Cartagena ed i suoi indomiti abitanti avrebbero potuto rivendicare. Un’indipendenza iniziata nel novembre del 1811 e sancita, definitivamente, nel 1821 quando, a seguito dell’insurrezione del carismatico Simon Bolivar, la dominazione spagnola si estinse nell’oblio di un dolore ancora vivo tra le mura dell’antica città, lungo le vie e le celebri piazze, un tempo scenario di morte e disperazione. «Cartagena è separata dalla politica nazionale, libera dalla droga e dalla violenza» afferma lo scrittore messicano Carlos Fuentes. «È una finestra sull’America Latina, un simbolo dell’indipendenza della cultura dalla politica».

Cartagena de Indias

Cartagena è, oggi, la quintessenza di suggestive ambientazioni romanzate dalle sublimi pagine di Gabriel Garcia Marquez; pagine intense, nostalgiche, marcate da un profondo realismo che, spesso, si fonde con il “verismo” di una città viva e vera, uscita quasi indenne dai funesti acciacchi di recondite e compulsive lotte intestine; infatti l’urbs latina continua, da oltre quattro secoli, a stregare, con il suo fascino caraibico, intere filiere di generazioni: tra scintillanti cromatismi di un colonialismo che abbaglia, Gabo, alias Gabriel Garcia Marquez, continua, attraverso i suoi romanzi, a prenderci per mano e a guidarci alla scoperta di surreali “scorci di paradiso” senza tempo; una città che sembra appena uscita dalle cornici romanzate dei celeberrimi capolavori letterari del grande premio nobel. E così è facile perdersi tra patii, antiche dimore coloniali, chiostri, conventi, chiese, stradine che brulicano inaspettate oasi floreali su balconcini di legno intarsiato: tra i colori sfavillanti della perenne estate caraibica anche la frutta si diverte a far capolino tra le colorate bancarelle del mercato che quasi si mimetizzano tra i venditori ambulanti di originali oggetti di artigianato locale; e poi i bar gremiti di turisti provenien ti da ogni dove, giunti a Cartagena de Indias per rivivere attimi fugaci dell’ antica “Atene dei Caraibi”. Percosi che l’Ente del Turismo Colombiano ha, altresì, istituzionalizzato attraverso la creazione dei Garcia Marquez Routes, itinerari turistici basati sui “luoghi individuabili” nei racconti e nei romanzi di “Gabo”. Può capitare, così, di sostare, come Florantino Ariza de “L’amore ai tempi del colera”, su una panchina del “Parco dei Vangeli”; oppure percorrere, come Macondo in “Cent’anni di solitudine” , antiche viuzze colorate dalle suggestive e minute casette  coloniali e i bar di Aracataca; o ancora, sorseggiare una cerveza nell’antico Caffè Havana. Scene, queste, di romanzi già “vissuti” tra le memorabili pagine del grande nobel per la letteratura, scomparso nel 2014.

Porta dell'Orologio

Porta dell’Orologio

 

Il tour della “ciudad amurallada” ha inizio dalla monumentale  Porta dell’Orologio. Una volta varcato l’antico Reloj Publico ci si immerge nella chiassosa Plaza de los Coches, brulicante di turisti in attesa di caratteristici e variopinti carros, trainati da folkloristici cavalli  che costituiscono una delle principali attrattive dell’isola. E così gli impavidi cocchieri si cimentano nel ruolo di “loquaci” guide turistiche, guidando gli estasiati passeggeri lungo el “casco viejo” della città. Attraverso l’immensa Plaza de la Aduana si arriva a la Iglesia de San Pedro Claver, costruita in pietra corallina e intitolata al missionario spagnolo che approdò nella città caraibica per evangelizzare gli schiavi afroamericani. Poi,  si prosegue lungo le strette viuzze fino a giungere a Plaza de Bolivar, eroe de “la revolucion”; tra le case coloniali spunta, all’improvviso, austero e imponente, lo storico Palacio de la Inquisicion, sede del Tribunale del sant’Uffizio, lazzaretto di sofferenza e morte per coloro che, un tempo, venivano additati come eretici. E poi il Museo de Oro y Arquelogia, la Catedral Santa Caterina e le coloratissime Bodegas,  ventitré ex celle sotterranee convertite in suggestivi e variopinti negozi in  stile coloniale che, oltre ai souvenirs, mettono in bella mostra i policromatici e sfavillanti smeraldi, di cui il paese è produttore a livello mondiale. Un tour d’autore che culmina nell’apoteosi architettonica del monumentale Castillo San Felipe de Barajas: monolitica struttura dalle imponenti torri, scale, sotterranei, passaggi segreti, il castello sembra dominare la città quasi a voler proteggere questa meravigliosa lingua di terra caraibica inserita, dall’UNESCO,  nella classifica delle città più belle a livello mondiale.
“A Cartagena de Indias ogni cosa è diversa. Questa solitudine senza tristezza, questo oceano incessante, questa immensa sensazione di essere arrivato”, scriveva Marquez. Una città paradisiaca Cartagena, da leggere , soprattutto, col cuore.

 

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Annamaria Di Sibio

Passione e malinconia. Si, la vita è passione e malinconia; come l'estate e i rigidi inverni dell'anima, come la pioggia, con il suo triste e malinconico ticchettio, preludio alla primavera e poi l'estate, e ancora l'estate e l'eterna passione per la vita. Dura ma meravigliosa questa vita.Un dono inestimabile questa nostra esistenza: non siamo nati per sopravvivere, ma per vivere intensamente questo paradiso terrestre magicamente imperfetto che ci addestra leoni nella giungla d'asfalto della quotidianità. Cosa sarebbe la vita senza la malinconia? Che sapore avrebbe la felicità fine a se stessa, la gioia senza la soddisfazione del merito, della fatica, della sana competizione? Che sapore avrebbe una vita priva di coraggio, di lotta per la sopravvivenza e cosa sarebbe una vita senza ambizioni? Tristezza. Sarebbe insipida, inutile, sterile, frigida tristezza. Anche oggi la malinconia prende il sopravvento, mi lacera, mi incupisce, mi fa piangere. Io e la malinconia: amiche, compagne, sorelle. Abbiamo percorso lunghi sentieri, a volte tortuosi, a volte ripidi eppure siamo ancora qui, io e lei , a ridere delle paure del passato, a brindare alle vittorie ottenute, a benedire gli errori che ci hanno plasmato così come siamo adesso: vive, malinconicamente vive, magicamente noi, io e lei, la mia malinconia. La malinconia è donna, ne sono certa. Ha lunghi capelli nero corvino, proprio come i miei. Bussa ogni giorno alla mia porta per farmi compagnia, per ricordarmi che la fragilità è umana, che la tristezza e il dolore fanno parte della vita e che, senza di loro, non potrebbe esistere la felicità. Gioia e dolore: due facce della stessa medaglia, due modi di vivere e di pensare la vita. Si, la vita è ciò che pensiamo, è come la viviamo, è come la amiamo. La vita siamo noi. Questa sono io.