Una religione, un’ancora, un obiettivo: la boxe a Cuba.

Ci siamo già trovati a parlare di Quella bella signora chiamata Cuba,  distinta, degna di nota che resta sempre bella anche con la sua fievole vena di tristezza. Poi abbiamo parlato  dell’altra faccia di Cuba, quella parte che ne mostra il volto scoperto ed il suo riflesso incrinato dalle volte in cui, questa bella signora, ha dovuto digrignare i denti, aggrottare la fronte, asciugarsi le lacrime per andare avanti per poi sorridere di nuovo. I solchi del suo viso sono lo specchio delle sue condizioni e contraddizioni, però, nonostante tutto, Cuba non ha mai perso il suo animo allegro, il suo fascino colorato a cui è impossibile non cedere e che ci fa tornare a parlare di lei.

Quella magia racchiusa nei guantoni dei cubani.

La boxe a Cuba è come un magnifico balletto scandito dal salto a corda, dai montanti, intervallato dai diretti. Alcuni boxeur hanno i guantoni grandi come le loro testoline, già, perché a Cuba si inizia da bambini a danzare quel religioso valzer chiamato boxe. La severità di questa disciplina si sposa con il sorriso di chi ha vissuto la rivoluzione, anni di ideali sposati, di divorzi, di speranze sognate e infrante. Sorridere, fare gruppo, allenarsi staccando la spina dal mondo che li circonda, far conciliare rispetto e disciplina con l’allenamento grazie alla boxe. Per tutte queste ragioni la boxe ha sempre riscosso un grande successo nei paesi poveri.

L’escuela de boxeo cubana è figlia della rivoluzione: a Cuba la boxe infatti è uno sport anticapitalista, la pratica a livello professionistico è vietata.  L’attività sportiva deve essere un percorso di miglioramento di tutti gli individui, per questo i pugili vengono seguiti fin da giovanissimi sotto il punto di vista atletico e psicologico: ogni maestro conosce e studia le caratteristiche fisiche e relazionali dei sui allievi, e si preoccupa anche del loro rendimento scolastico, perché non si è dei pugili solo sul ring. Sotto il punto di vista tecnico la scuola cubana concentra tutto l’insegnamento sulla tecnica e sulla tattica: colpi dritti e lunghi, limitando il focus sulla potenza e sullo scopo di fare male all’avversario. Lo scopo non è solo colpire, ma anche non farsi colpire, perché per un cubano la boxe è prima di tutto un arte, non una lotta e sopratutto in gioco non ci sono dei soldi, ma una vera e propria fede. Le palestre di quartiere spesso sono volute e finanziate dagli stessi abitanti, per questo sono dei veri e propri quadri a cielo aperto che rispecchiano l’animo folcloristico di Cuba.  

Ancora oggi a Cuba certi valori non si sono persi, si respirano in quelle arroccate palestre di quartiere, ma il capitalismo si sa, fa gola molti e ne inghiotte altrettanti. Così il paese si affaccia a questo mondo e alle proposte di carriere pugilistiche remunerative. Prima dello stop al professionismo imposto da Fidel grandi campioni, come Kid Gavilan, hanno segnato un solco nella storia di questo sport. Uno dei più celebri nomi cubani è il mancino Guillermo Rigondeaux, due volte oro olimpico. 

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La boxe arrivò a Cuba come attrazione turistica, con le finali di campionato tra pugili nordamericani disputate in alta stagione turistica. Il primo incontro professionistico ebbe luogo nel 1909 a l’Avana. Un anno dopo, nel 1910, il cileno John Budinich fondò la prima Accademia di boxe. Due anni dopo il governo proibì il pugilato a causa della violenza in strada tra bianchi e neri. Gli incontri di boxe iniziarono ad avere luogo a porte chiuse. La boxe era un ottimo modo per sfuggire alla povertà ed era anche una forma di intrattenimento. Rendendosi conto del fatto che ormai i cubani non potevano fare a meno della boxe, il 13 dicembre 1921 ne venne legittimata la pratica fondando la Commissione Nazionale per il pugilato ed il wrestling. Questa mossa riportò a Cuba le entrate dei turisti che pagavano per vedere gli incontri. 

Prima del 1959 Cuba aveva 6 campioni del mondo professionisti considerati i padri fondatori della boxe ed eroi nazionali dell’isola. Tra questi: Gerardo “Kid Gavilan” Gonzales, Benny Paret ed Eligio “Kid Chocolate” Sardinas.

 

La leggenda di Carlos Miranda e dell’unica boxeur donna dell’Avana

Chiunque pratichi, o sia semplicemente appassionato di pugilato all’Avana conosce, e rispetta, il nome del maestro Carlos Miranda. Lui è stato la colonna portante della storica palestra Rafael Trejo, locata nel quartiere più antico de l’Avana. In seguito alle pressioni della direzione per far combattere gli atleti decise di andare via da Rafael, “Io devo poter allenare un ragazzo anche per un anno e mezzo se lo ritengo necessario”. Il suo nuovo regno è il Gymnasio Centro Habana: un cortile adibito ad area per allenarsi situato in una zona particolarmente povera della capitale.

La storica palestra Rafael Trejo è anche lo scenario di diversi campioni e di una delle pochissime, forse l’unica, boxeur donna dell’Avana: Idamelys. In tutta Cuba le donne che praticano il pugilato si contano sulle dita di una mano, infatti il successo dei pugili cubani e di questo sport è accompagnato da una contraddizione: le donne non possono competere ufficialmente.

Idamelys conosce molto bene questa realtà, inizialmente gli uomini vedevano come qualcosa di strano le donne che praticavano la boxe, associando questo sport a qualcosa di poco femminile. Poi questo pregiudizio è stato sfatato, e gli uomini che già praticavano la boxe da tempo hanno accolto e aiutato le poche donne che a Cuba si sono avvicinate a questo sport. 

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Idamelys si è appassionata alla boxe grazie al padre, grande appassionato a sua volta, il quale la portava a vedere i campionati quando era solo una bambina. Ora ha poco più di vent’anni, le sue unghie, i suoi capelli, i suoi tratti trasudano femminilità, ma nulla di tutto questo le impedisce di avere potenza o la limita negli allenamenti; infatti Idamelys si allena con gli uomini, sia perché non ha nulla meno di loro a livello di potenza e tecnica e sia perché non ha altre donne con cui allenarsi. 

boxe a cuba Il suo sogno è quello di salire sul ring, di combattere, di far diventare il suo sport una vera e propria professione, ma questo a Cuba non è previsto per nessuno. E se il pugilato femminile non è ancora stato approvato ufficialmente a Cuba, neanche il professionismo. 

Per il momento la magia racchiusa nei guantoni dei cubani resterà una riserva e un privilegio di quella bella Signora chiamata Cuba. 

 

 

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Twitter: @amiraabdel13

Tutti i diritti delle foto sono riservati a Cristina Cosmano

 

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Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.