Atlantide: viaggio oltre le Colonne d’Ercole

“Innanzi a quella foce stretta che si chiama
colonne d’Ercole , c’era un’isola. E quest’isola
era più grande della Libia e dell’Asia insieme,
e da essa si poteva passare ad altre isole e da
queste alla terraferma di fronte. […] In tempi
posteriori […], essendo succeduti terremoti e
cataclismi straordinari, nel volgere di un giorno
e di una brutta notte […] tutto in massa si
sprofondò sotto terra, e l’isola Atlantide
similmente ingoiata dal mare scomparve”.

(Platone)

Atlandide, l’isola leggendaria, la “divina monarchia” plasmata dal mito di Poseidone ,signore dei mari – il cui tempio “risplendeva d’oro e d’argento”- continua a far parlare di sé. Nonostante duemila gloriose primavere l’antica città riemerge, dagli abissi della storia, con la forza e l’impeto del suo glorioso passato sublimato dalle odierne congetture di “platonici relitti” che l’era New Age restituisce, rocambolescamente, alla realtà. E così la leggendaria isola subcontinentale continua,nonostante tutto, a imbastire le sue sublimi e leggendarie memorie: un dialogo “divino” che, dalle pagine del Timeo e del Crizia (330 a.C.)

Atlantide

ci restituisce le gesta, il dramma e la poesia del più antico e potente regno situato nell’Oceano Atlantico. “Più grande dell’antica Libia e Turchia messe insieme”, Atlantide riemerge dalle acque, oggi più che mai, affascinando filiere di studiosi, appassionati, sognatori che attraverso il loro contributo bibliografico e mediatico tentano di restituirci voci, volti, rovine dell’antico continente che – nonostante il soffio più potente della letteratura mitologica – l’ira del grande Poseidone non è riuscito a spazzare via dall’immaginario comune che, invece, si ostina a restituire al presente la geografia della città più intrigante della storia.
Il viaggio tra i relitti dell’Antica Atlantide inizia qui, alla scoperta di quattro paradisi marini che, tra “affinità elettive” e moderni sillogismi ci invitano a varcare la soglia dell’”oltre”, alla scoperta delle antiche Colonne d’Ercole, nel paradiso terrestre di due “fantastici” luoghi incantati.

L’Isola di Bimini e i suoi antichi relitti

Nell’arcipelago delle Bahamas, tra i chilometrici burroni marini di un passato senza tempo, l’Isola di Bimini racchiude lo scrigno magico di antichi reperti archeologici inabissati tra le cristalline acque del “paradiso delle immersioni”: costruzioni, strade, statue; reperti archeologici di un patrimonio culturale di inestimabile valore che alcuni studiosi vorrebbero ricondurre alle antiche rovine di Atlantide. E’ su “Bimini Road” che inizia il lungo percorso nei sottomarini di un’antica città sprofondata tra gli abissi dell’oceano e che, dal 1968, è stata oggetto di studio da parte di scienziati ed archeologi provenienti da ogni parte del mondo. Una scoperta avvenuta casualmente, a soli sei metri di profondità, il 2 settembre del 1968

Atlantide

quando, al largo della costa nord occidentale di North Bimini, tre sub: Robert Angove, J. Manson Valentine e Jacques Mayol si inabissarono all’interno di un paradiso calcareo sottomarino, tra le antiche rovine della città fantasma. Davanti al loro attonito sguardo la città marina li accoglieva attraverso il tappeto roccioso – composto da blocchi di pietra di 2- 4 metri e da vertiginose scale – che si estendeva su una lunghezza di circa 0,5 metri e che delimitava i confini di una città “reale” che, attraverso le sue antiche rovine, dava testimonianza di un passato sottoposto al severo giudizio degli esperti “In materia”. Questa scoperta ha suscitato, dopo il clamore iniziale, numerose polemiche. C’è chi ha “ridicolizzato” la notizia, attribuendo immagini e propaganda mediatica alla follia di esperti “Haker del settore”. Tuttavia, dopo numerosi sopralluoghi, sono state avallate anche ipotesi di un certo spessore storico ed antropologico. Nel 1979 vennero, infatti, prelevati dei campioni di “materiale calcareo” : sottoposti all’attenzione del Dipartimento di Geologia di Miami, si  scoprì che gli antichi reperti archeologici custodivano una storia di 3500 anni. Nel 1980 due studiosi, Gifford e Ball, hanno pubblicato, all’interno del National Geographic Society Research Report, i risultati di una ricerca che faceva risalire a 15000 anni il glorioso passato di queste  antiche rovine.
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L’isola delle torri: i nuraghi di Atlantide

“Una Pompei del mare”, così è stata definita dagli stotici la Sardegna dei Nuraghi. A far luce sul mito di Atlantide lo studio di Sergio Frau, giornalista e scrittore; autore del libro “Le Colonne d’Ercole, un’inchesta”; questa ambiziosa ricerca sembra porre le basi su solide ed autorevoli testimonianze che, dal mondo antico, offrono nuovi spunti per un’indagine antropologica sull’isola più “frastagliata” d’Italia: la Sardegna. Firme d’autore di classici – tra cui Omero ed Erodoto – attraverso il mito, restituiscono ai posteri l’autorevolezza di un’indagine geografica che, dalla storia, attinge una “bibliografia territoriale” per nulla scontata o fantasiosa. Dalle pagine di Platone Atlantide è descritta “grandissima isola […] terra del tramonto – sorella della Roccia di Prometeo, Caucaso dell’Alba greca”. Secondo il grande filosofo greco “è da lì che“si raggiungevano altre isole e la terra che tutto circonda. […] “l’isola era stata grande, ricca di metalli e felice di tutto, fin quando non venne travolta dai cataclismi marini che Zeus inviò per rendere migliori gli abitanti”. La leggendaria isola d’Atlantide fa pensare proprio alla Sardegna e l’antico popolo che edificò i nuraghi farebbe pensare alla misteriosa comunità dei Sardana o Serden, i famosi “popoli del mare”

Atlantide

che, secondo le antiche cronache, tentarono di invadere il Regno d’Egitto: testimonianze letterarie, storiche, antropologiche che riportano le mitiche Colonne d’Ercole da Gibilterra al Canale di Sicilia.
Una Pompei sul mare: così appare la Sardegna dei nuraghi agli occhi di studiosi ed antropologi. Una terra sommersa dal fango; un territorio da “riscoprire” attraverso gli occhi della moderna Atlantide italiana : un passato ancestrale che prende forma e si materializza nel totem dei totem, il “Nuraxi di Barumini”, il più antico edificio megalitico dell’antica civiltà nuragica- fiorita in Sardegna nell’Età del bronzo. Una lunga e travagliata storia che, tra mito e realtà, rivendica un posto d’onore in quello che è stato definito il più intrigante ed affascinante mistero della storia: il viaggio oltre le Colonne d’Ercole di un’isola perduta nella nostalgia di un passato che riemerge in tutto il suo splendore.

 

 

 

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Annamaria Di Sibio

Passione e malinconia. Si, la vita è passione e malinconia; come l'estate e i rigidi inverni dell'anima, come la pioggia, con il suo triste e malinconico ticchettio, preludio alla primavera e poi l'estate, e ancora l'estate e l'eterna passione per la vita. Dura ma meravigliosa questa vita.Un dono inestimabile questa nostra esistenza: non siamo nati per sopravvivere, ma per vivere intensamente questo paradiso terrestre magicamente imperfetto che ci addestra leoni nella giungla d'asfalto della quotidianità. Cosa sarebbe la vita senza la malinconia? Che sapore avrebbe la felicità fine a se stessa, la gioia senza la soddisfazione del merito, della fatica, della sana competizione? Che sapore avrebbe una vita priva di coraggio, di lotta per la sopravvivenza e cosa sarebbe una vita senza ambizioni? Tristezza. Sarebbe insipida, inutile, sterile, frigida tristezza. Anche oggi la malinconia prende il sopravvento, mi lacera, mi incupisce, mi fa piangere. Io e la malinconia: amiche, compagne, sorelle. Abbiamo percorso lunghi sentieri, a volte tortuosi, a volte ripidi eppure siamo ancora qui, io e lei , a ridere delle paure del passato, a brindare alle vittorie ottenute, a benedire gli errori che ci hanno plasmato così come siamo adesso: vive, malinconicamente vive, magicamente noi, io e lei, la mia malinconia. La malinconia è donna, ne sono certa. Ha lunghi capelli nero corvino, proprio come i miei. Bussa ogni giorno alla mia porta per farmi compagnia, per ricordarmi che la fragilità è umana, che la tristezza e il dolore fanno parte della vita e che, senza di loro, non potrebbe esistere la felicità. Gioia e dolore: due facce della stessa medaglia, due modi di vivere e di pensare la vita. Si, la vita è ciò che pensiamo, è come la viviamo, è come la amiamo. La vita siamo noi. Questa sono io.