La vita al tempo dei social network tra realtà e finzione

È impossibile negare che attualmente la nostra vita sia, in un certo senso, gestita dai social network. A dieci anni dalla nascita di Twitter, dodici da quella di Facebook e sei da quella di Instagram, il nostro vissuto ha smesso di starsene rinchiuso tra le quattro mura delle nostre case per trasferirsi sulla piazza dei media. Pubblicare un pensiero ed avere la possibilità di esser letti e magari “condivisi” da altri utenti in giro per il web non è forse una sorta di nuova frontiera della moderna libertà di espressione? Al di là dell’innegabile vantaggio che le piattaforme dei social network regalano al nostro ancestrale bisogno di comunicare con il prossimo, non si può fare a meno di notare che su questa “agorà” virtuale conti più la quantità che la qualità, e sia decisamente più rilevante apparire piuttosto che essere.

social network 2Barcamenarsi tra la realtà e la finzione è un’impresa titanica già nella vita non virtuale, e quando dobbiamo confrontarci con un account diventa un’impresa impossibile. Tralasciando tutti quegli utenti che per scopi più o meno subdoli creano falsi profili, fermiamoci un attimo a riflettere anche sui nostri: quanto c’è di vero in quello che quotidianamente mostriamo sul web? Se non fossimo schiavi dell’apparenza probabilmente le foto dei nostri profili, e tutte quelle che ci mostrano sempre al top della nostra misera e umana possibilità, lascerebbero il posto a chi siamo veramente, ovvero le fragili creature generate dall’era moderna, insicure e ossessionate dall’aspetto fisico, e forse non riscuoterebbero troppi “like”, cosa che potrebbe destabilizzarci. Si, perché il bisogno dell’approvazione virtuale determina (paradossalmente) la nostra vita, e se un post o una foto non viene notata da nessuno ci sentiamo trascurati: non importa se nella realtà non abbiamo vita sociale e siamo praticamente degli eremiti con la sola compagnia di uno schermo, l’importante è guadagnarsi la razione quotidiana di “like”!

Che dire poi dei cosiddetti “troll”, quei personaggi disturbati e onnipresenti che sbucano come funghi nel sottobosco dei social network, rosi da una rabbia che non riescono a reprimere e da un’ invidia che non conosce confini? Incapaci di argomentare le proprie idee in modo costruttivo senza dover per forza offendere il prossimo, si aggirano furtivi nella selva oscura della rete in cerca della discussione giusta in cui entrare senza essere invitati e propinare insulti gratuitamente con virtuale generosità. Alcuni di loro poi si sentono in dovere di “stolkerare” i malcapitati fino a quando non vengono “bloccati” e rispediti dal nulla al quale appartenevano. Molti di questi individui molesti appartengono anche alla categoria dei “cyber bulli”, quelli che attraverso la diffusione di immagini, video e notizie vere o false che siano, perseguitano le loro vittime, spesso e volentieri giovanissime, fino a spingerle ai gesti più estremi.

Non è certo un mistero che sono ormai molti i casi di suicidio scaturiti proprio in seguito a persecuzioni e bullismo subito sul web, ma sono altresì numerosi anche quelli annunciati in diretta con un post. Cosa possa spingere un individuo ad annunciare la propria morte con un post su Facebook probabilmente non lo sapremo mai, ma ciò che si evidenzia da certi tragici episodi è sicuramente il bisogno di comunicare sempre ed a tutti i costi per tentare di guadagnare un “like” anche nelle situazioni più estreme. Anche lo stesso Facebook sembra esserne consapevole, tanto da aver creato nel suo centro virtuale di assistenza una sezione apposita alle segnalazioni di ipotetici suicidi. Come possa un social network intervenire repentinamente per impedire il gesto estremo di un suo account è un altro dei misteri della rete, ma, a quanto pare, Zuckerberg risolve qualsiasi imputazione a carico della sua creatura permettendo ai suoi utenti di segnalare qualsiasi comportamento anomalo.

Probabilmente sarebbe più appropriato prevenire certi comportamenti, ma ormai è evidente che il web è il “paese dei balocchi” di chi è disturbato mentalmente, e qualora non si abbia l’età in cui la capacità di discernimento ci permette di capire ciò che è reale o meno, e soprattutto il pericoloso dall’innocuo, resterà sempre un luogo in cui il pericolo può nascondersi anche dietro il più innocuo dei “like”. E se le nuove generazioni ormai non sono più in grado di comunicare tra loro se non attraverso una piattaforma virtuale, anche chi ha qualche anno in più, nonostante tenti di accostarsi con spirito più critico ai social, si sta pian piano omologando alla massa.

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Twitter: @Claudia78P

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Claudia Pellegrini

Nasce a Sora nel lontano 1978. Cresce divorando libri di ogni genere e consumando penne su fogli di quaderno. Tra una storia e l’altra si diploma al Liceo Classico, e sceglie di lasciarsi alle spalle la Ciociaria ed i gatti per tentare la fortuna a Roma dove, nel corso degli anni, consegue prima una Laurea Magistrale in Lettere Moderne, e poi, più per noia ed abitudine che per amore dello studio, ritorna nei corridoi della Sapienza per conseguirne un’altra in Editoria e Scrittura. Lettrice seriale e maniacale (toglietele tutto ma non i suoi libri), “gattara” e pizzaiola, divoratrice di film horror e serie tv, nonostante sia ormai un reperto archeologico ancora non ha trovato la sua strada nel mondo. Forse è nascosta tra le pagine di un libro magari scritto proprio da lei.