Il mondo surreale di “Neripoppins”

Con uno stile inimitabile Neri ci racconta il suo mondo alla rovescia, interpretando la realtà attraverso la lente della comicità surreale.

Calandosi nei panni di un giocoliere dalle mille facce, il bizzarro conduttore si fa filo conduttore tra filmati, canzoni, monologhi, sketch irriverenti dove a farla da protagonista è sempre l’Italia con tutte le sue contraddizioni, le sue crisi, la precarietà, i suoi punti deboli. Un programma satirico come tanti, penseranno in molti, e invece no: “Neripoppins“, già dalla prima puntata, si è infatti tenuto ben alla larga dai classici stereotipi comici e, pur facendo senza dubbio satira politica, ha categoricamente evitato sia le imitazioni dei personaggi più in voga del momento che la citazione di nomi di parlamentari e onorevoli di cui tutti ormai si riempiono la bocca. Quella di Marcorè è “una sorta di satira politica, ma senza ricorrere alle imitazioni” – così come lui stesso spiega. “L’obiettivo è raccontare com’è cambiata (in peggio) l’Italia governata dalla politica di questi anni. Non pretendiamo di dare un’immagine del nostro Paese, ma proponiamo scatti fotografici dell’Italia in cui ciascuno di noi potrà forse riconoscere il vicino di casa o anche un politico, ma la scelta di base e la scommessa è proprio quella di non chiamarlo in causa direttamente”.

Lla parola d’ordine è ‘surreale‘, come si è visto dalla carrellata di personaggi bizzarri e fuori dalle righe che hanno sfilato nell’arena mediatica dello show di Marcorè: ecco la simpaticissima Paola Minaccioni nelle vesti di una modernissima radical-chic dal passato borgataro, e il poeta Giovanni Esposito alle prese con una memoria che fa cilecca, e ancora il talentuoso Antonio Rezza con i suoi pezzi teatrali atipici e coinvolgenti. Per non parlare dello stesso Neri che dà sfoggio del suo talento innato calandosi nelle caricature più imprevedibili: da guru carismatico alla guida di una prestigiosa Accademia d’Arte Drammatica per calciatori, a cantante fascinoso che interpreta canzoni d’amore ciniche e spietate, passando per il mafioso anni ’70 intento a discutere sul senso della cultura (citazioni da “Simposio” comprese). Filmati e sketch dal vivo a cui si aggiungono parti in studio più canoniche in cui il presentatore, insieme ad ospiti sempre nuovi (questa volta è toccato a Filippa Lagerback), racconta fatti di cronaca servendosi dei linguaggi diversi della poesia, della recitazione, della musica. Insomma, un caleidoscopio di sorprese in un contenitore paradossale, utopico, avvolto da una scenografia rarefatta che ricorda Magritte. Risultato? Un modo tutto nuovo di fare satira, una ventata d’aria fresca per la comicità italiana, che forse oggi più che mai corre il rischio di prendersi troppo sul serio.

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Marika Luongo

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