Greenpeace accusa i grandi marchi della moda

“In circa due terzi dei 141 campioni sono stati rilevati nonilfenoli etossilati” ha denunciato Greenpeace, queste sostanze si trovano nei detergenti usati nella lavorazione dei tessuti e una volta dispersi nell’ambiente si degradano divenendo tossici, vengono definiti interferenti endocrini.

Altra minaccia pare sia nascosta nei coloranti dei tessuti, che dai test analitici risultano contenere ammine cancerogene. Se pensiamo che la sola Zara produce 850 milioni di capi all’anno, ci rendiamo conto del peso che hanno queste scoperte sui protagonisti della vicenda. Mentre altri marchi come H&M e Marks&Spence hanno dato solerte risposta alle accuse di Greenpeace ripulendo già da subito la loro filiera produttiva, l’azienda spagnola posta nell’occhio del ciclone si è chiusa in totale silenzio stampa fino a qualche giorno fa, quando, dopo le pressioni ricevute dai bloggers, dalle migliaia di petizioni girate sui social network e dalle oltre 700 persone che hanno manifestato fuori dai negozi Zara in tutto il mondo, ha finalmente firmato l’impegno per eliminare le sostanze chimiche pericolose dai loro prodotti lungo tutta la catena di fornitura entro il 2020.

L’impegno di un colosso come Inditex, casa madre di Zara, Bershka ed innumerevoli altri marchi, apre uno scenario ottimistico per la campagna Detox 2011 lanciata da Greenpeace che vedrà costrette altre aziende minori ad aderire e conformarsi sulla scia delle aziende leader. I processi di produzione della filiera tessile, delocalizzati ormai nel Sud del mondo, utilizzano sostanze chimiche pericolose che viaggiano dal produttore al consumatore finale finendo indistintamente nei tessuti per la maglieria, jeans, biancheria intima e quant’altro, tutto ciò destinato sia a donne che uomini ma anche bambini rendendoci tutti vittime inconsapevoli della moda.

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Valentina Evangelista

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