CSI chiude con “Immortality” ed entra nel mito

Ci sono regali graditi ed altri meno. Sky per Natale ai suoi abbonati ha deciso di farne uno che si pone nel mezzo, trasmettendo, nella serata del 25 dicembre, l’atto conclusivo di CSI. Sì, perché vedere ancora una volta le vicende della scientifica più famosa del mondo è sicuramente una gioia, ma sapere che è per l’ultima volta fa calare, come è logico, un velo di malinconia.

Premessa d’obbligo: quando parliamo di CSI ci riferiamo ovviamente al primo filone della saga, cioè quello che si svolge a Las Vegas e che ha poi dato il là ai meno fortunati CSI Miami e CSI New York. Dopo 15 stagioni e oltre 300 episodi, la serie culto creata da Anthony E. Zuiker ha chiuso i battenti, dopo aver lasciato un segno indelebile nel panorama delle serie tv. Nonostante un flebile calo di ascolti nelle ultime stagioni – annichilito dai 12 milioni di spettatori che hanno seguito il 27 settembre negli USA il puntatone finale – CSI rimarrà per sempre nella storia del piccolo schermo per il semplice fatto di averla cambiata. Non solo a livello tecnico ma anche e soprattutto sul piano narrativo.

Gil Grissom CSICSI ha sdoganato per primo i “topi da laboratorio”, ergendoli a protagonisti e scalzando dalla scena i classici cliché poliziotteschi che negli anni si erano radicati nell’immaginario televisivo. Lo sbirro irlandese con un lieve problema d’alcool e la vita sentimentale abiurata in favore del dovere viene sostituito dall’entomologo senza pistola e dal chimico impacciato. Ma qui non vogliamo fare solo un discorso tecnico o meramente “filosofeggiante” perché, in fondo, la tv è soprattutto svago e CSI ci ha appassionato in questi anni non solo per le storie create, le fitte trame e i gialli risolti; ciò che ha fatto la sua fortuna sono stati i personaggi. Dal Capitano Brass e i problemi con una figlia tossicodipendente e prostituta a Warrick e i suoi demoni, da Sara Sidle e le sue insicurezze a Catherine Willow, ex spogliarellista e figlia illegittima di uno degli uomini più potenti della città del peccato, o ai più recenti D.B. Russel e Raymond Langston. Tutte le figure che si sono mosse in questi 15 anni nelle contee di Las Vegas (con qualche capatina fuoriporta) sono risultate più che credibili grazie ad una accurata ricostruzione del loro passato con dei risvolti inaspettati e profondamente umani. Su tutti lui, probabilmente il personaggio più riuscito della storia delle serie: Gil Grissom.

Interpretato da uno straordinario William Petersen (a cui dà la voce, in Italia, un Pannofino alla sua migliore interpretazione in sala doppiaggio), ha scalzato i vari Kojak e Colombo e, nonostante abbia lasciato la serie alla nona stagione, la sua ombra è rimasta tra le righe della trama e nel laboratorio della scientifica, tanto era stata carismatica e trascinante la sua presenza. Mai banale, incapace di relazionarsi convenzionalmente con il resto del genere umano ma pronto a intrecciare una relazione intellettuale con Lady Heather, terapeuta dominatrice e sadomaso con la quale sorseggia un the trasformando un atto più che banale in un finale di puntata di devastante sensualità. Nell’addio andato in onda ieri sera, CSI Immortality (che eviteremo di spoilerare), abbiamo ritrovato gran parte dei personaggi che sono stati l’anima della serie – in primis, appunto, Grissom – in un puntatone di 90 minuti circa che segna più che degnamente la fine della serie e di un’era della televisione mondiale.

Tra i momenti “storici” di questi 15 anni, regna sovrano il doppio episodio diretto da Quentin Tarantino (finale della quinta stagione), claustrofobico, onirico e vibrante. Gli appassionati ricorderanno per sempre la veglia funebre di Warrick, Dita Von Teese che fa perdere la testa al povero Sanders, o l’amore mai consumato tra Hodges e Wendy Simms. Ma CSI, nonostante l’importanza data al vissuto dei suoi personaggi, ha avuto il merito di non trasformarsi mai in un polpettone alla Beautiful, errore che porta alla morte televisiva gran parte delle serie che, nel corso degli anni, vengono irrimediabilmente schiacciate e soppiantate dalle storie personali che, da sottotrama, si trasformano in trama principale, rendendo impossibile la visone di chi ha la sfortuna di perdere un paio di episodi.

Difficilmente ci sarà un altro Grissom o un’altra squadra così. Quindi, se la sera di Natale vi siete persi CSI Immortality, non fatevi scappare le prossime repliche. E siate pronti a sentirvi nostalgici.

Twitter: @LoritoFrancesco

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Francesco Lorito