Bollani ci racconta…Bollani

C’è Paola Cortellesi che canta “My baby just cares for me” di Nina Simone, il violoncello di Giovanni Sollima, la cornamusa di Cristina Pato e un robot con 53 mani. C’è una rivisitazione de “I promessi sposi” sulla melodia di “Grande grande grande” di Mina, la voce di Gregory Porter, quella di Noa e di Raul Midón. Il tutto condito dal fascino delle epoche passate, dalla fantasia dell’improvvisazione e della diretta. Stefano Bollani ci racconta qualcosa su questo prezioso programma.

“Sostiene Bollani” si può definire un programma didattico, dove tu spieghi in modo coinvolgente una musica colta, che non siamo abituati ad ascoltare in televisione. Che opinioni hai dei tuoi allievi, cioè del pubblico televisivo?

Ovviamente non li conosco tutti personalmente, però penso e spero che chi guarda il programma sia simile a me riguardo l’assunzione del mezzo televisivo, cioè che assuma la tv a piccole dosi. Io guardo la televisione a dosi minime, non la guardo praticamente mai. Immagino, però, che ci sia una fetta di pubblico che non ami questa televisione e che si aspetti qualcosa di diverso guardando il nostro programma. La speranza è anche quella di incuriosire queste persone, rendendole un nostro pubblico.

La televisione ha dei codici per catturare l’attenzione. In queste prime puntate abbiamo avuto la possibilità di conoscere grandi nomi della musica, alcuni dei quali non sono così popolari. Hai avuto qualche difficoltà nel far accettare le tue scelte?

Le difficoltà ci sono sempre. C’erano due anni fa e ci sono ora, perché la televisione ha un grosso problema di autoreferenzialità, per cui gli ospiti che vedi su Rai Uno alle tre sono gli stessi che vedi su Rai Due alle quattro. Quindi, da una parte, stiamo cercando di non avere le stesse persone che si vedono negli altri programmi per fare qualcosa di diverso, dall’altra, stiamo cercando degli ospiti musicali che divertano me, perché poi sono io che devo interagire con loro e per forza di cose devo avere il controllo in particolare sugli ospiti musicali.

A parte l’assenza di Caterina Guzzanti, che novità ci sono rispetto alla prima edizione?

Rispetto alla scorsa edizione stiamo cercando persone meno conosciute e più internazionali, in modo da fare un passo in avanti. In realtà, però, anche noi non sapremo che novità troveremo, perché ogni puntata la costruiamo facendola. Io amo molto improvvisare anche mentre parlo davanti alla telecamera, per cui creiamo tutto di volta in volta, a seconda anche degli ospiti che abbiamo a disposizione. Ad ogni caso, ci preoccupa fare sei puntate tutte diverse: è la stessa cosa che cercavamo di fare due anni fa. Ogni puntata ha una sua specificità, non ripete degli schemi precisi quindi con il rischio di non “fidelizzare” lo spettatore, ma con la speranza però di fare sempre una cosa diversa.

Quindi si può dire che “Sostiene Bollani” si fonda sul tuo carattere e al tempo stesso su come è strutturato il jazz, cioè sull’improvvisazione?

Si, decisamente. Il programma è chiaramente modellato su di me, quindi non poteva essere fatto altrimenti.

Ti aspettavi un così largo consenso sia da parte del pubblico che della critica, che ti ha associato ad antichi programmi fatti di creatività e cultura?

No, ci speravo ma non me l’aspettavo. Di questo, naturalmente, sono contento. Semmai ero stupito, nella prima edizione, che pochi si fossero accorti che questo modo di fare tv era un ritorno e non una novità incredibile. Era il modo di fare tv di Enrico Simonetti ed Lelio Luttazzi, cioè di avere un pianoforte dietro, di parlare al pubblico e di invitare degli ospiti che duettassero con il padrone di casa. In realtà, quindi, è un modo antico di fare televisione che si è perso e che noi abbiamo rispolverato.

Sei stato ospite dell’ultima edizione di Sanremo. Cosa pensi di questa competizione?

A me non piacciono le competizioni in generale, non sono molto sportivo infatti, e non mi piacciono soprattutto nella musica. Ognuno fa una cosa diversa, differente da quello accanto e non ha senso decidere se sono più buone le mele o le pere, e deciderlo soprattutto a livello nazionale in televisione. Per cui, non amo il Festival di Sanremo e i talent show in questo senso, non amo il lato di gara. Oltre a questo, se lo consideriamo come una kermesse dove si ascoltano le canzoni, sperando che siano belle, allora anch’io guardo il Festival con quello spirito.

Nella tua carriera hai collaborato con grandi della musica nazionale e internazionale. C’è ancora un artista con cui vorresti lavorare?

Frank Sinatra, ma non c’è più, quindi la vedo durissima. Anche attraverso la Rai ho provato a cercarlo, ma non trovano la sua mail.

Tra le tue aspirazioni c’è una vera e propria opera teatrale, una storia narrata in musica che abbia luogo a teatro?

Si, direi che l’hai centrato in pieno. Dopo questo programma tv, tra l’autunno e l’inverno, lavorerò un po’ meno proprio per pensarci. Io sono un appassionato di teatro e mi piacerebbe esprimermi anche in quel lato.

La tua ultima raccolta segna un ritorno alla collaborazione con Irene Grandi, con cui hai iniziato negli anni ’90.

Si, quando avevamo vent’anni avevamo un gruppo insieme. Eravamo in otto e ci divertivamo molto. Abbiamo fatto insieme tutte quelle sagre che si fanno quando si inizia a suonare e non c’è davvero un pubblico che ti ascolta.

 

Un ringraziamento speciale a Stefano Bollani e a Momy Manetti, che ha reso possibile questa intervista.

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Cinzia Comandè

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