Virtus perfetta, sogna lo scudetto

La Virtus Roma conquista meritatamente la finale scudetto grazie ad una vittoria netta nella decisiva gara sette contro la Lenovo Cantù. Gara senza ritorno al Palatiziano: l’ ACEA data per morta era riuscita miracolosamente a riportare la serie in parità, espugnando con una prova d’ orgoglio l’inviolato Pianella di Cantù, ed è proprio a Roma che si decide chi delle due sarà la prima finalista scudetto.

Tensione alle stelle nella tutta esaurita bolgia capitolina, alle 21:10 la prima palla a due è di Cantù, ma è la Virtus con Bobby Jones ad aprire la scatola. Aradori risponde, ma è Roma ad allungare, dopo solo due minuti, sul 9 a 2 grazie ad un’enorme intensità difensiva che manda Cantù in stato confusionale. Com’è giusto che sia la gara è nervosa con molte imprecisioni da ambo le parti, al 5′ siamo 11 a 6. Ancora Jones e Lawal in grande spolvero riportano Roma sul più 8 a 3′ dalla prima sirena. Cantù ha poche idee in attacco, complici i due falli di Ragland, ma Roma non morde sprecando un paio di possessi di troppo consentendole di rientrare sul -1 grazie all’ingresso in campo di Mazzarino e alla fisicità prorompente di Tyus. Il Primo quarto si chiude sul 18 a 16, gara non bellissima, ma molto equilibrata con molti errori e tanta paura. Secondo parziale aperto dalle triple di Goss e D’Ercole, con Cantù abusa senza prenderci del tiro da tre. Una magia di Gigi Datome porta L’Acea sul +10, massimo vantaggio, Lenovo poco lucida che accusa oltre modo l’assenza in cabina di regia di Joe Ragland. Roma difende alla grande e vola in transizione con Goss, e solo dopo 3 minuti e mezzo Aradori sigla i primi due punti del quarto canturino. Datome e Aradori ancora sugli scudi, al 16′ Timeout Virtus sul 31 a 24. Ragland con un gioco da tre punti riporta a -6 Cantù, ma è ancora l’ispiratissimo MVP del campionato Datome a riportare Roma sul 37 a 29 a 2′ dalla seconda sirena. Lawal domina l’aerea pitturata intimidendo Scekic e all’intervallo la Virtus è avanti, con pieno merito, con Goss che sulla sirena sigla il 42 a 32. Cantù nervosa e stranamente poco squadra, mentre Roma trovan da ognuno il contributo atteso grazie ad una prova corale senza alcuna stecca. Le cifre parlano chiaro: Roma 58% da 2 e 50% da 3 contro il 52% e 25% di Cantù, ma è ancora lunga e c’è tanto da soffrire.

Partenza a razzo nel terzo quarto e intensità sempre più alta, l’immenso Lawal riporta Roma sul più 12, Tyus si mangia un rigore e Goss manda in delirio il PalaTiziano regalando il +14 con coach Trincheri costretto a chiamare Timeout. Cantù passa a zona, ma la musica non cambia, Lawal straripa su ambo i lati del parquet, ma Datome fallisce un paio di volte il colpo del k.o. Fuori Goss con 3 falli Roma si affida, con scarsi risultati a D’Ercole e Bailey con Mazzarino che entra in partita riportando la Lenovo a -9 a 3′ dalla terza sirena. Cantù ancora a zona, ma Lawal è inarrestabile anche a rimbalzo e Roma mantiene il suo vantaggio senza eccessivi patemi trovando con D’Ercole in contropiede il +12. Scekic e un’invenzione di Ragland mantengono ancora aperte le speranze canturine, il terzo quarto si chiude 61 a 53 con Roma che non ha infierito come avrebbe dovuto. Inizia l’ultima frazione con D’Ercole che dimostra maturità piazzando la tripla del più 13, pubblico in visibilio e finale sempre più vicina. Czyz inchioda il +15 e per Cantù è troppo legata alle iniziative spesso discutibili di Ragland e ad un’evanescenza collettiva, è buio pesto. Taylor sale in cattedra e a 6′ dalla fine la Virtus è a +17 con coach Calvani perfetto direttore d’orchestra abile a ruotare tutti i suoi effettivi. La giocata della serata arriva a 4’30 dalla fine: Jordan Taylor piazza una tripla e subisce fallo, mandando l’Acea a +19 e, dopo cinque anni, alla quarta finale scudetto.

Il resto è solo accademia e statistica, la sostanza è che nessuno avrebbe scommesso un penny sulla stagione della Virtus che con cuore, passione e grande modestia ha dimostrato gara dopo gara di essere matura per un traguardo così ambizioso. L’ultima sirena sancisce il definitivo 89-70 ed esplode la gioia dei 3.500 del Palatiziano che hanno spinto la Virtus verso una finale scudetto soffertissima, ma ampiamente meritata. Sognare è lecito, giocare in un impianto come il Palalottomatica è sacrosanto nell’attesa di sapere chi, tra Varese e Siena, sarà la prossima avversaria alla corsa tricolore.

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Fabio Bandiera

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