Diario US Open 2016

US Open – Per un appassionato di tennis, trovarsi davanti all’impianto di Flushing Meadows è senza dubbio assai emozionante. Vi si arriva con la metro 7, la viola, che taglia New York da sinistra a destra, collegando Manhattan con il Queens, oppure con uno dei treni della Long Island Rail Road. Una volta scesi, ci si trova alle spalle del City Field, il nuovo impianto dei New York Mets di baseball, recentemente costruito vicino all’abbattuto Shea Stadium, famoso per noi italiani a causa dell’unica sconfitta ivi subita da Benvenuti nella trilogia mondiale dei medi con Griffith.

Percorrendo il boardwalk in direzione dell’ingresso principale, ci si trova finalmente dopo poche centinaia di metri davanti a uno dei quattro templi mondiali del tennis, un impianto che malignamente si potrebbe dire consacrato al senso di colpa dell’uomo bianco americano etero: l’area prende il nome da Billie Jean King, il centrale è dedicato ad Arthur Ashe, il secondo campo a Louis Armstrong. Entrare non è così semplice. Rispetto agli altri Slam l’accesso somiglia più al filtraggio di un aeroporto, con il metal detector e la stringente politica sugli zaini. Non portarli regala un ingresso facilitato, se proprio vi servono dovranno essere piccoli e, anche se rispettate la grandezza prevista sul sito, questo non vi metterà al riparo dal rischio di doverli lasciare (a pagamento) nel deposito bagagli.

Attese regole e file vedono ripagato l’aficionado agli US Open al momento dell’ingresso. Dal cancello principale ci si trova subito sulla destra il Louis Armstrong ma già in fondo si intravede l’Ashe, lo stadio di tennis più grande del mondo, con i suoi oltre 23 mila posti di capienza. Certo la conseguenza è una visione non perfetta, se si acquista il biglietto per una delle sezioni in alto, ma nothing beats being here, come recita lo slogan. Da quest’anno c’è poi la grande novità del tetto: dopo le numerose finali posticipate – ultima quella del 2015 fra Djokovic e Federer – finalmente gli americani si sono decisi a mettere un cappello al loro gigante. Hanno inaugurato il nuovo Ashe lunedì, Phil Collins ha cantato, il detentore Djokovic battuto Janowicz in quattro set, ma la vera prova è stata mercoledì sera, quando le condizioni atmosferiche durante la partita fra Nadal e Seppi hanno portato alla prima chiusura. Operazione rapida, circa 10′, meglio che a Wimbledon. Test ancora più valido al giovedì, quando la pioggia caduta su New York ha portato l’Ashe a divenire per tutto il giorno un impianto indoor, e Simona Halep è divenuta la prima giocatrice a iniziare e finire un match, qui, con il tetto chiuso.

Non è stata l’unica sorpresa strutturale di questa edizione agli US Open. Vi è anche il nuovo Grand Stand, situato dal lato opposto rispetto all’ingresso principale, a sinistra rispetto al cancello sud. Il terzo campo è molto funzionale, gli manca forse il fascino del vecchio Grand Stand, rimasto adiacente all’Armstrong e la cui disposizione particolare regalava sempre il batticuore a chi vi entrava. Fra i quattro grandi, i francesi hanno ultimamente qualche difficoltà, data dalle scarse dimensioni dell’area, ma lo US Open è sempre strato il più criticato, per il rumore del pubblico, per la qualità del cibo, una volta lo chiamavano hamburger Open. Mangiare a uno Slam non è semplice, a Flushing meno che altrove. Tante file, prezzi alti, varietà non eccezionale, ma fa parte del gioco. Gli spettatori entrano, si mettono in coda, mangiano, vanno a divertirsi al tennis e si prendono il cocktail che regala il bicchiere celebrativo con impressi gli albi d’oro dal 1968 ad oggi. Trovare al 2015 il nome di Flavia Pennetta ci sembra tuttora un sogno ad occhi aperti.

È un pubblico competente e tutto sommato la loro fama di essere rumorosi è immeritata, lo sono di più gli australiani e sono più scorretti i francesi. Il tifo presente a Melbourne è inimitabile a livello di tennis, ma a New York esiste un grande senso delle comunità, date le numerose minoranze straniere. Giovedì all’una di notte eravamo rimasti solo italiani e spagnoli, a seguire sul campo 13 la conclusione del match fra Ferrer e Fognini, vinto 6-4 al quinto da Ferru. I controlli sono enormi all’esterno, ma all’interno dei campi gli stewart scarseggiano, spesso si può andare a venire a piacimento e anche, purtroppo, entrare non ai cambi di campo. Grande vantaggio degli US Open, rispetto agli altri Slam è il poter accedere a qualunque altro campo con il biglietto del Centrale, Armstrong compreso. Il caldo è stato sopportabile, rispetto ad altre edizioni. L’acqua è cara ma rispetto a qualche anno fa ci sono molte più fontanelle da dove riempire la propria bottiglia.

Resta lo Slam che offre il migliore compromesso fra distanza, facilità nel reperire i biglietti e fruibilità dell’evento. È dunque senz’altro da consigliare per chi vuole vivere un’esperienza tennistica al massimo livello.

Twitter: @MicheleSarno76

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michele sarno