Serie A: Perché alla fine vince sempre la Juventus (e continuerà a vincere…)

C’era una volta il campionato più bello del mondo, la Serie A. Per decenni punto di arrivo di tutti i maggiori talenti mondiali, palloni d’oro su palloni d’oro che hanno calcato i campi di città grandi e piccole. Il campionato delle “sette sorelle”, dell’enorme equilibrio, degli scudetti decisi sempre in volata. Poi qualcosa si è spezzato. Negli ultimi sette anni il nostro campionato si è piegato allo strapotere economico, gestionale e tecnico di un’unica squadra in grado di imporsi senza fallire quasi mai un colpo. Dopo la conquista dell’ennesima Coppa Italia, ai danni del malcapitato Milan, contro la Roma, all’Olimpico, è arrivata la consacrazione dell’ennesimo trionfo. Come si può spiegare un ciclo che non ha precedenti nella storia del nostro campionato?

SERIA A: IL CICLO INTER

L’Ultima squadra a imporre il proprio dominio così a lungo è stata l’Inter di Moratti nel quinquennio 2005/2010. Non bisogna però dimenticare che quell’Inter dominò nell’era post calciopoli, un periodo storico unico per la Serie A, nel quale l’eredità tecnica della Juventus, giustamente punita per le vicende sorte fuori dal campo, fu raccolta proprio da coloro che negli anni ne furono più colpiti. Possiamo definirlo “il canto del cigno” di Moratti, uno degli ultimi presidenti tifosi, che dopo anni e anni di spese infruttuose, riuscì finalmente a compiere l’impresa di una vita. Un gruppo di assoluto valore tecnico, guidato da un allenatore tra i migliori al mondo, senza rivali in patria e in grado di arrivare ad alzare anche una Champions League. Un ciclo vincente ma assolutamente diverso da quello attuale dei bianconeri. Una volta superato il picco di rendimento dei vari Ibra, Eto’o, Milito, Zanetti, Maicon, l’Inter ha dovuto praticamente ricominciare da capo, rifondando il suo progetto e affidandosi a una nuova direzione tecnica e a una nuova presidenza.

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L’Inter del triplete

SERIE A: IL RITORNO DELLE DECADUTE

Nel frattempo la Juventus era tornata dal purgatorio della Serie B, investendo pesantemente sullo stadio di proprietà e costruendo una serie di squadre non propriamente competitive. Dopo il punto più basso con i due settimi posti del 2010 e 2011, qualcosa è cambiato radicalmente e i bianconeri hanno avuto il grande merito di capire per primi come sfruttare le nuove regole del Fair Play finanziario. In un momento di transizione del calcio mondiale, con la crisi economica a colpire duramente ogni settore dell’economia nazionale e internazionale, le grandi proprietà sono andate in crisi, cercando di contenere i costi e sondando il mercato alla ricerca di nuovi capitali. Berlusconi si è “staccato” dal suo Milan, non potendo più investire le cifre che aveva investito fino al periodo pre-crisi, uguale sorte per l’Inter di Moratti. La Lazio e la Roma, già da tempo in regime di autofinanziamento, hanno puntato su una strategia di valorizzazione e cessione dei propri giocatori. Tutte le squadre hanno dovuto fare i conti con i loro pesanti passivi e in questa corsa al rientro i più avvantaggiati sono stati, per assurdo, coloro che venivano dalle serie inferiori, come Napoli e Juventus.

SERIE A: NUOVO MODELLO DI BUSINESS

In questo scenario la grandissima innovazione della Juventus è stata quella di non accontentarsi di compiere un ciclo vincente. I dirigenti bianconeri hanno, invece, messo in campo una strategia innovativa, riuscendo a rinnovare la rosa ogni anno senza perdere di competitività. Dall’anno del primo scudetto, il 2011, la dirigenza ha deciso di puntare su un blocco intoccabile di portiere e difensori, compiendo continui movimenti tra centrocampo e attacco. Ecco dunque negli anni arrivare i vari Pirlo a parametro zero, Vidal comprato a 10 milioni e rivenduto a 40, Pogba arrivato da svincolato e rivenduto a 105, Bonucci comprato a 15 e rivenduto a 42. Una serie di operazioni che hanno permesso di restare sempre competitivi, andando a trovare nuovi talenti da valorizzare e poi poter eventualmente rivendere (vedi Dybala).

Juventus Serie A

Una squadra che ha cambiato molto, senza perdere mai in competitività

L’unico momento in cui questa filosofia è mutata è stato dopo la sconfitta in Champions League del 2015 contro il Barcellona. Dopo quella cavalcata europea, la dirigenza bianconera ha voluto provare a vincere la Champions, andando a investire cifre notevoli per l’acquisto del capocannoniere della Serie A, Higuain (94 milioni) e Pjanic della Roma (32 milioni). Investimenti rischiosi da un punto di vista finanziario, ma motivati dalla volontà di sfruttare fino in fondo un blocco difensivo quasi alla fine della carriera. Con questi acquisti è arrivata una seconda finale di Champions, ancora persa e una cocente eliminazione ai quarti. In Serie A, invece, non c’è stata storia. Il togliere i pezzi pregiati alle rivali più accreditate per il campionato ha creato una vera e propria egemonia tecnica, sulla scia di quanto da anni fa il Bayern Monaco in Germania.

SERIE A: IL SARRISMO, L’ULTIMA CARTA

Negli ultimi sette anni nessuno era arrivato così vicino a contendere il titolo ai bianconeri come il Napoli di Sarri. La squadra partenopea è riuscita a compiere quasi un miracolo, vedendo svanire il sogno proprio nelle ultime giornate. Quello che stupisce di questa lotta è la filosofia totalmente diversa dietro ai due club. Da un lato la Juventus, che come abbiamo visto, ha cambiato moltissimo restando sempre competitiva. Dall’altro il Napoli che ha sposato un allenatore e il suo credo, puntando su lunghi ritiri precampionato come si faceva prima dell’era delle tournée, e su una rosa rimasta praticamente invariata negli ultimi anni. Questa scelta ha premiato il gioco dei partenopei, in grado di proporre, per lunghi tratti della stagione, il calcio più bello dell’intera Serie A. Perché allora, pur giocando meglio, non si è riusciti a battere la Vecchia Signora?

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Il Napoli è stato l’unico in grado di mettere in discussione lo strapotere bianconero

Il limite più grande del Napoli si è dimostrato chiaramente mentale. Gli uomini di Sarri hanno subito terribilmente il contraccolpo delle due imprese della Juventus a Roma con la Lazio e contro l’Inter a Milano. Dopo queste due rimonte clamorose, gli azzurri sono stati sconfitti due volte su due, 4-1 in casa con la Roma e 3-0 fuori casa con la Fiorentina. I motivi di questa fragilità psicologica sono da ricercare nella pecca più grande di Sarri, ovvero nel non aver saputo costruire una mentalità vincente. L’aver spontaneamente rinunciato alle coppe europee per puntare tutte le fiches sullo scudetto è stato un errore madornale. Basti vedere quali certezze ha saputo trovare la Roma di Di Francesco proprio da una inaspettata cavalcata in Champions League. Per i giallorossi, in piena transizione, sono arrivati 27 punti nelle ultime dieci giornate a cavallo delle imprese di Champions. Frutto di una fiducia nei propri mezzi del tutto nuova dettata dal blasone continentale. La Juventus, che poteva uscire devastata dal quarto di finale con il Real, ne è invece uscita ferita ma più forte di prima, dopo essere stata per lunghi tratti sul 3-0 in casa dei due volte campioni d’Europa. Consapevolezza e attitudine alla vittoria che hanno spinto gli uomini di Allegri anche nel peggior momento di forma della loro stagione.

Al netto degli episodi arbitrali, come la mancata espulsione di Pjanic a San Siro o quella di Rugani in casa con il Bologna, la Juventus ha mostrato una forza mentale unica, riuscendo a ribaltare risultati impossibili per tutte le altre squadre, che anzi sono andate sempre in difficoltà nel confronto con i bianconeri. Quante squadre, dopo aver perso lo scontro diretto in casa all’ultimo minuto, avrebbero saputo reagire con tale rabbia e determinazione? L’impressione è che la Juventus, negli ultimi sette anni, sia stata la squadra che più di tutte abbia capito come adattarsi ai nuovi parametri del calcio, coniugando potenza economica, progetti tecnici, calciomercato e mentalità e dando vita a un ciclo ben più longevo di ogni altro. La domanda è: chi, con queste regole, potrà insidiare lo strapotere della Juventus nei prossimi anni?

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Mauro Zini

Coach di basket, aspirante giornalista sportivo, laureando in comunicazione pubblica e d'impresa, sarebbe fantastico saper fare almeno una di queste cose. Appassionato di libri, cinema e serie TV, praticamente un Nerd da quando non era di moda esserlo.