Sei Nazioni: l’Italrugby sfiora l’impresa in Francia

Peccato. Ci abbiamo provato fino all’ultimo. Alla fine, il primo match dell’Italia al Sei Nazioni, l’ha vinto la Francia 23-21. Sarebbe stato un risultato storico andare a vincere allo Stade de France, visto che mai nella storia gli azzurri hanno espugnato lo stadio parigino. Ma oltre ai due punti persi, vincere contro i galletti questa volta avrebbe avuto un gusto davvero speciale. Soprattutto per come eravamo stati accolti in terra francese.

L’ex ct italiano Berbizier, francese purosangue e commentatore tecnico per l’Equipe, prima della partita aveva usato parole umilianti per tutto il movimento dell’Italrugby: “Fa bene giocare in casa le prime due partite e soprattutto debuttare contro l’Italia, che ha certi giocatori che giocano in Eccellenza, che equivale alla nostra Fédérale1. Poveri italiani – si allarga Berbizier – è una partita per noi da 30 punti come minimo. E tanto meglio perché la prima partita è importante, ideale per lanciare il torneo. Ci sono tutte le condizioni per fare un buon torneo”. Come non caricarsi dopo queste frasi? Soprattutto perché dette da chi ha rappresentato per due anni il capo di tutto il movimento e che ha aperto nuovi orizzonti d’infamità all’ espressione “sputare nel piatto dove si è mangiato”.

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L’ala figiana Vakatawa

Alla fine questo esordio al Sei Nazioni lo vince la Francia ma l’Italia dei tanti giovani (dell’Eccellenza) stupisce, dominando tre quarti di match (a sei minuti dalla fine eravamo ancora in vantaggio 21-20) e sognando fino al fischio finale, quando Parisse – a tempo abbondantemente scaduto – sbaglia il drop della disperazione. Va detto che gli azzurri non avevano mai vinto su questo prato: anzi, negli otto precedenti al Sei Nazioni lo scarto medio di tutte le sconfitte era di 21 punti. Insomma, bene come questa volta mai, ma vincere avrebbe avuto tutto un altro gusto. La Francia dei trenta punti di scarto, è apparsa slegata, spesso confusa ma ha trovato nella prodigiosa ala di origini figiane Vakatawa la chiave per scardinare la difesa azzurra. Quel pacchetto arretrato che ha lottato per 80’ con ordine e tenacia, spesso dominando gli avanti francesi. Sarebbe bastato un filo di concretezza in più e questa Italia sarebbe uscita vincitrice dallo Stade de France senza rubare niente, anzi.

Il ct Brunel, con il suo solito aplomb, non aveva raccolto le provocazioni nel pre partita e non lo fa nel post, ma esalta solamente il lavoro di tutta la squadra:  “Non avevo risposto alle critiche e alle certezze dei francesi perché penso sia sempre il campo a parlare e oggi ho visto l’Italia che volevo: orgogliosa, combattiva, brava a imporre il suo gioco e a mettere pressione per 80 minuti agli avversari.” C’è quel drop finale che sarebbe stata la giusta conclusione di un week end rugbistico all’insegna del nazionalismo. Parisse che all’82 calcia tra i pali la palla ovale e porta i suoi azzurri alla vittoria avrebbe avuto un sapore speciale. Come ammesso giustamente dallo stesso capitano: “Se ho deciso di calciare era perché pensavo di poter andare a segno da quella posizione. So che cosa vuol dire: se la palla entrava ero un eroe, adesso ho sbagliato e sono… “. No Sergio, non sei niente. Gli abbiamo messo paura, tanta paura. Ora sotto con l’Inghilterra con la stessa cattiveria e lo stesso orgoglio messo in campo in terra gallica.

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.