Sebino Nela: la maglia della Roma mi gonfiava il petto

Sebino Nela, quando parla della Roma, è un’emozione continua. Parte composto, ai microfoni di “Te la do io Tokyo”, analizzando la prestazione imbarazzante in Champions, ma nel giro di pochissimo diventa un turbine che non risparmia nessuno: società, giocatori…

“E’ una brutta sconfitta, quella di ieri – racconta – che potrebbe complicare il girone. Dobbiamo capire perché. La prima impressione è La maglia. Alla fine sarà anche una stupidaggine ma quando si giocava con una maglia nuova per la prima volta in una sfida importante, noi giocatori facevamo la faccia brutta”.

Sulle responsabilità è onesto e lucido: “Non mi piace che per una partita sbagliata debbano ricadere le colpe solo sull’allenatore. Non sarà il migliore in giro, ma non si possono nemmeno attribuire a lui tutte le responsabilità.
Bisogna fare una serena ma seria valutazione sulla squadra. La Roma ha delle qualità; ma oltre i piedi ci vuole anche la testa, la cattiveria, superiorità, agonismo. Far capire che il più forte sei tu. Già dal sottopassaggio. Pressione psicologica, tensione, concentrazione. Anche perché sei obbligato a vincere queste partite.
In campo c’è bisogno di vedere che qualcuno prende per mano un po’ tutti. Devi arrabbiarti con il compagno, con l’avversario, avere atteggiamenti che facciano capire che questa sia davvero una squadra”.

Analizzando il valore, sulla carta, della rosa, colpisce un poco: “Sono convinto che questa sia una rosa con 13, 14, 15 giocatori.  Da lì in poi bisognerebbe ragionarci un po’ sopra. Ci sono tanti giovani che devono migliorare. Abbiamo tutti capito su chi si possa contare e chi no. E’ un discorso che va fatto. Manca sempre qualcosa.
Un po’ di turn over bisogna farlo? Mah! Quando un giocatore sta bene deve sempre giocare. Quando sarà effettivamente bollito, allora sarà il momento di farlo riposare. Poi, certo, dipende anche dagli avversari.
Queste sono partite da vincere. Perdere una partita a Borisov, regalando 45 minuti agli avversari, è assurdo”.

Dove si è sbagliato, allora, ieri sera?
“Bisogna saper analizzare e capire l’avversario. Oggi c’è molta più preparazione: hai tutto a disposizione.
Non si può non preparare e non saper interpretare la gara. Le responsabilità in tal senso coinvolgono tutti: dall’allenatore alla guida a qualcuno sopra. Non c’è la giusta attenzione.
Ci sono allenatori che danno un’impronta, una filosofia di gioco (Di Francesco, Sarri, Gasperini…). Ecco, per esempio, Iturbe sarebbe potuto diventare un giocatore di calcio se fosse andato a Genova.
Molto dipende dall’intelligenza dei giocatori. Per dire, se fossi stato un giocatore di Zeman: lui mi può dire quello che vuole ma poi se vedo che siamo un po’ in sofferenza da qualche parte, prendo io l’iniziativa, mi sposto 5 metri.
Una delle cose più belle sul calcio intervista a Lucescu (che aveva la squadra più divertente della Champions). Diceva “giochiamo col 433? Non me ne sono accorto. Sono i miei giocatori che vanno in campo e prendono iniziative quando serve”.

Che senso avrebbe, allora, cambiare l’allenatore?
Se cambi allenatore e restano questi interpreti, non cambia nulla.
Il discorso lo si può riassumere dicendo che il giocatore che conosce meglio il lavoro tattico, oggi, sia Iago Falque (forse ha fatto bene il lavoro con Gasperini). Sono giocatori, questi, che avranno bisogno di lavorare tanto tanto tanto.
Questa squadra deve ancora lavorare a livello tattico; gli interpreti sono bravi sotto l’aspetto tecnico e di capacità personali ma sinceramente questa cosa di dare le colpe all’allenatore mi stanca da morire.
Per me calciatore sarebbe facile scaricare la colpa sull’allenatore.
Qualcuno si deve assumere le proprie responsabilità”.

Non si può non chiedere a Nela un commento sulla protesta della Curva Sud, sempre più vuota e silenziosa.
Entrare, oggi, allo stadio senza curva è terribile. Io sono stato molto legato a questa tifoseria. Sono stato anche criticato, insultato… è successo anche a Totti, figuriamoci a me.

Io andavo fiero del fatto che ogni trasferta ci portassimo dietro più di 10.000 tifosi. Quando ne parlavo con altri giocatori, mi gonfiavo il petto, ne andavo fiero.
Tutte le parti devono fare qualcosa per tornare a quei tempi. Non ha senso giocare nella Roma e poi avere queste criticità.
Bisogna ricomporre questa situazione. Sennò tanto vale andare a giocare a Novara o alla Pro Vercelli.
Una squadra come la Roma merita di essere aiutata dalla Curva. I ragazzi li senti uno a uno, in campo si sente tutto.
La Juve con lo stadio nuovo sono convinto che abbia avuto un aiuto. La gente è importante.
Nessuno fa niente. Si scaricano le responsabilità. Invece bisogna fare come si fa in famiglia che ci si siede e si discute.
Ci sono tutte le condizioni per vincere. Servono giocatori forti non solo con i piedi”.

Un commento, allora, su quello che potrebbe essere l’apporto di qualche ex giocatore illustre, qualcuno che abbia vestito la maglia, la abbia onorata e conosca la sua importanza e l’ambiente.
“Ci sono persone (ex compagni) innamorati come pochi della Roma. C’è qualcosa in questa città, con questa maglia, che fa sentire uomo e giocatore. Io non sono romano ma dopo 5 minuti che avevo la maglia addosso, l’ho fatta mia.
E oggi soffro.
Roma la devi conoscere e capire. Sennò puoi diventare un giocatore anche bravo, ma non sei un giocatore della Roma.
Ci sono questi aspetti nel nostro calcio che non possono non essere capiti.
Altrimenti non sarai mai amato e apprezzato. Questo porta distacco.
Se non ti scoppia il cuore, non ce la farai mai.
Tutti noi abbiamo molto da dare, siamo una risorsa.
Il discorso sugli ex non è dovuto. Noi dobbiamo lavorare e studiare, costruire le competenze, non si può fare la bandiera e basta.
Oggi i DS – che sono quelli che incidono più di altri – hanno le loro reti, i loro uomini e non vogliono intrusioni.
Ma oggi, ci sono 12 ruoli possibili, nelle società, volendo lo spazio si trova”.

Valeria Biotti

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