Perché la Roma soffre le sfide di 180 minuti?

Centottanta minuti. Contro il Porto, contro il Lione e contro la Lazio, la Roma fuori. Nelle doppie sfide più importanti la Roma ha sbagliato qualcosa … sempre. Eccetto i sedicesimi di Europa League contro il Villareal. Lì, a dire il vero, è stata impeccabile: cinica e matura all’andata, senza dispendio di energie il ritorno. Cosa è successo a quella Roma? E qual è il filo rosso che lega queste sfide, veri e propri turning point di stagione?

La situazione societaria, la questione stadio, le dichiarazioni di Spalletti, il mercato deludente di gennaio. Tutte queste variabili sommate al clima non troppo sereno della capitale sponda giallorossa sembrerebbero un’esauriente risposta al quesito. Ma, oltre a questi, spuntano altre 2 variabili su cui è giusto porre l’attenzione e riflettere: 1) il preliminare con il Porto è arrivato a inizio stagione quando ancora questione stadio, dichiarazioni di Spalletti e mercato di gennaio non c’erano; 2) in campionato il rendimento, eccetto qualche piccolo calo, è stato costante e, anzi, ha permesso alla Roma di ridurre il gap con la Juventus, distante, ora, solo 6 punti.

Punto 1 – L’andata, nonostante l’espulsione di Vermaelen, aveva prodotto un risultato più che soddisfacente (1-1 al Do Dragao). La Roma si giocava il passaggio del turno all’Olimpico. Va sotto subito e qualcosa si rompe. De Rossi compie un’ingenuità e viene espulso, Emerson fa peggio e lo segue negli spogliatoi. Risultato: 0-3 per il Porto, Roma fuori. E perde il primo obiettivo stagionale con settembre che deve ancora iniziare. La prima sfida di 180 minuti è un completo fallimento. Spalletti è costretto a riplasmare la squadra e a infondere fiducia e consapevolezza negli stessi giocatori.

Punto 2A febbraio il momento migliore della Roma di Spalletti: vince su tutti fronti, Dzeko esplode e la squadra gioca il miglior calcio senza Salah. Qui arrivano i 180 minuti quasi perfetti contro il Villareal. Poi inizia marzo e arrivano le sfide contro la Lazio in Coppa Italia e il Lione in Europa League. Speculari tra loro con la Roma fuori. Ecco i punti in comune: prima gara in trasferta, svantaggio iniziale sia all’andata che al ritorno, passaggio del turno fortemente compromesso dopo l’andata.

E i 180 minuti risultano fatali ancora una volta sia per l’Europa League sia per la Coppa Italia. Ora, è vero, che il mercato di gennaio è stato praticamente assente e andare avanti spremendo gli stessi giocatori porta inevitabilmente a un calo che potrebbe costare un obiettivo stagionale. È vero anche che le dichiarazioni di Spalletti sul suo futuro potrebbero aver destabilizzato l’ambiente così come la questione stadio, ma il filo rosso che ha legato il destino di queste sfide, contando anche quella con il Porto, è stato indubbiamente l’approccio mentale da parte della squadra. E soprattutto quando la sfida ha fatto tappa all’Olimpico. Infatti, sembra proprio il ritorno in casa a esser fatale ai giallorossi: la solidità difensiva, costante in campionato, si è improvvisamente sgretolata (6 gol subiti in 3 partite, 8 in 4 se si conta anche l’andata con la Lazio, seppure i biancocelesti figuravano come squadra di casa); il bomber da 33 in stagione Dzeko a secco; Salah fuori dal gioco e Nainggolan spento.

Insomma, sono venute a mancare le certezze della Roma di Spalletti, soprattutto le individualità che hanno fatto la differenza durante la stagione. E, calando loro, il rendimento complessivo della squadra è sceso qualitativamente, andando a raschiare inesorabilmente sia forze fisiche che mentali. Un effetto domino che ha intaccato anche la fiducia dei giocatori stessi nei loro mezzi e nelle loro qualità. Vedi Fazio: incensato di lodi in campionato e completamente smarrito nella sfida contro il Lione.

Dunque, che ci sia stato un concorso di cause come il deludente mercato di gennaio non lo si mette in dubbio, ma, certamente, alla base di queste uscite c’è qualcosa di più profondo che si respira all’interno dell’Olimpico e che i giocatori sentono fin troppo. Perciò, Spalletti o non Spalletti, che sia il nuovo stadio di proprietà il principio della cura? 

Twitter: @Francesco Nespoli

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Francesco Nespoli

Laureato in lettere moderne all'università di Torino e in "Editoria e Scrittura" alla Sapienza. Appassionato di vari sport tra cui calcio, tennis e rugby ma di gran lunga il preferito non è tra questi. Si tratta, invece, del buon, caro, vecchio, sano subbuteo (s'intenda che parlo dell'old subbuteo e non della variante moderna definita con un asettico e privo di fantasia "calcio da tavolo"). Idolo indiscusso non può che essere l'ornitologo Peter Adolph accompagnato da P. P. Pasolini e dal cinico Nanni Moretti (quello di Palombella Rossa, in particolare).