Michael Jordan: la storia di un campione

Uno dei più importanti politici americani, Henry Kissinger, diceva «Gli eroi sono cavalieri solitari, ma quando nobilitano la nostra vita e toccano il nostro cuore diventano miti». Quindi, per gli appassionati del basket, Jordan è un eroe. Il numero 23 dei Chicago Bulls ha incarnato tutte le caratteristiche migliori del sogno americano: la passione del suo popolo, i drammi, le vittorie importanti e il grande destino. In gioventù le sue energie, dato il carattere introverso, convergono tutte sullo sport. Nonostante la volontà, al secondo anno di liceo non supera le selezioni per entrare nella squadra di basket. Ma non si scoraggia e continua ad allenarsi con la Junior varsity (team minore della scuola), diventando un vero e proprio leader. L’anno successivo, il suo fisico esplode e finalmente approda nella Laney high school. Il ragazzo diventa un pilastro, vincendo il titolo nazionale con la media di 20 punti a partita. Finito il liceo, Michael ottiene una borsa di studio nel “University of North Carolina”. Si trova molto bene, ma non ha un ruolo di spicco nella squadra di basket. Nel 1982, nell’ultimo e decisivo match, però, è proprio Jordan a regalare al suo team il titolo NCAA.{ads1} Nel 1984, il suo decisivo contributo permette agli Stati Uniti di vincere l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles. È la consacrazione definitiva che, infatti, lo porta ai Chicago Bulls. Sfodera giocate straordinarie, ma i pochi risultati raggiunti dal “team dei tori” spingono i commentatori a considerarlo un perdente. La società decide allora, di affidare le chiavi del gioco a Phil Jackson. Questo nuovo coach, instaura un sistema diverso chiamato Sideline Triangle. Gli assetti tattici ora funzionano e nel 1991 i Bulls vincono il primo di tre titoli consecutivi in Nba (il “three-peat“).

 

L’euforia per i successi viene però interrotta dalla tragedia dell’assassinio del padre. Lo shock è talmente grande, che Michael, decide di lasciare il basket e dedicarsi al baseball, in omaggio alla memoria del padre, grande amante di questo sport. Per fortuna gli uomini possono anche cambiare idea e “The Air” torna sul parquet sempre con i Bulls. La società di Chicago continua a collezionare successi e trova il secondo three-peat, entrando di diritto nella storia della pallacanestro.

Dopo aver conquistato tutti i trofei disponibili, decide di ritirarsi definitivamente, assumendo il ruolo di dirigente dei Washington Wizards. Ma il richiamo del parquet è troppo forte e, nel 2001, spinto dai tifosi, riscende in campo. Nella breve pagina con il team della capitale, utilizza metodi troppo duri con i compagni di squadra ed il proprietario, Abe Pollin lo licenzia.

Alla fine della sua gloriosa carriera, Michael Jordan sarà considerato il cestista più forte di tutti i tempi con una media punti di 30,12 a partita. Il segreto dei suoi trionfi è tutto racchiuso in una frase detta durante la premiazione nel Naismith Hall of Fame «I limiti, come le paure spesso sono soltanto un’illusione».

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Daniele Giacinti

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