Comprendete Max Arnold e capirete il successo della Germania Under 21

Ieri sera a Cracovia l’ultimo atto degli Europei Under 21 ha parlato tedesco. La Germania ha battuto di misura l'”invicible armada” spagnola, che tanto invincibile a questo punto non la è, 1-0 con un chirurgico e interminabile colpo di testa di Weiser. Inutili le sfuriate rosse del secondo tempo, continuamente rimbalzate dal muro bianco teutonico. Qual è stato il segreto dei tedeschi? È racchiuso in un sol uomo: il capitano Max Arnold.

MAX ARNOLD, IL RAGAZZO DAGLI OCCHI TRISTI

max arnold

Max Arnold con la maglia del Wolfsburg

Nato a Riesa, in piena Sassonia, il 27 maggio 1994, il 23enne Max Arnold ieri ha alzato la Coppa Europa, in qualità di capitano della Germania. L’espressione sempre un po’ seria, quasi nostalgica, gli occhi tristi e chiari, lentigginoso con le orecchie a sventola, i tratti spigolosi, classici, se si vuole, delle sue radici, accompagnano l’esile ma slanciata figura. Assomiglia a quei ragazzi di periferia, ma quelli che sembrano appartenere a un’altra epoca. Max ricorda un ragazzo della Germania Est, di cui la Sassonia faceva parte tra l’altro, che vuole andare dall’altra parte, ma la sfortuna si è accanita su di lui. E il suo andar contro all’avverso destino non è aggressivo, scriteriato e disperato proprio come potrebbe essere quello di un giovane. Max sta sempre al suo posto, diligente, silenzioso costruendo mattone su mattone, giorno dopo giorno l’occasione giusta per cambiare la sorte. Questa non è solo una metafora, ma è, in pratica, il suo modo di stare in campo, il suo stile di gioco. Un atteggiamento completamente antitetico alla maggior parte di quelli che, ieri sera, stavano nell’altra metà campo vestiti di rosso: imprevedibili, divertenti, anarchici, giocolieri, impulsivi. No, Max Arnold non è così. Non ama i riflettori, non sorprende, si trova a suo agio nelle retrovie. Non chiede di essere il protagonista, resta all’ombra della storia come l’uomo comune. La pazienza, l’umiltà e il sacrificio sono per lui come Dio, patria e famiglia lo erano per Enea. Eppure c’è qualcosa di più che lo caratterizza: il numero. Indossa la 10, la maglia della fantasia, del talento innato. Quasi un paradosso pensando al ragazzo dagli occhi tristi. Ma la tecnica c’è, il talento pure (è anche mancino), cambia solo il modo di interpretare il ruolo del 10. Se infatti, come la tradizione vuole, è la squadra ad adattarsi e a mettersi a disposizione del fantasista per esaltare le sue qualità, per Max Arnold tutto questo viene rovesciato.

IL DIECI ATIPICO

Nel 4-1-4-1 mobile di Stefan Kuntz, Max Arnold occupa la posizione di interno sinistro sulla linea mediana. Posizione che mantiene anche quando il modulo si adatta a diverse situazioni di gioco: in fase difensiva diventa più che altro un 4-4-2 con Meyer che si alza sulla linea dell’unica punta e Arnold che si sistema sulla linea del mediano davanti alla difesa, di solito si tratta di Haberer che diventa interno destro; in fase offensiva si trasforma in un più moderno 4-2-3-1 con Meyer trequartista. La stessa cosa succedeva nelle partite del girone quando il modulo di partenza era il 4-2-3-1 e al posto di Haberer giocava Dahoud.

In tutta la competizione Max Arnold ha messo a segno una sola rete e nemmeno durante una partita, ma nella serie di rigori in semifinale contro l’Inghilterra. Una statistica utile per comprendere la sua interpretazione del ruolo: poche volte vicino alla porta. Staziona, invece, sulla trequarti sia in fase difensiva sia in fase offensiva. Tutte le situazioni da fermo sono sue: punizioni e calci d’angolo. Difficilmente però predilige la soluzione diretta in porta. Preferisce, come gli suggerisce il suo modo di essere, cercare sempre i compagni e sfruttare così sia la sua qualità nel calciare punizioni sia le doti aeree degli altri. Al servizio completo della squadra e contro la Spagna si è notato ancora di più. Insomma, un 10 che gioca come fosse un mediano. Un leader silenzioso e umile, sempre al posto giusto senza mai fare sbavature. La finale è stata un contrapporsi tra il suo atteggiamento di concepire il calcio, che trasmette all’intera squadra, e le fulminee e abbondanti giocati tecniche delle furie rosse, di alcune di esse in particolare: Asensio, Dani Ceballos e Deulofeu. Più questi ultimi prestigiavano con il pallone fino al parossismo, più esaltavano le coperture tattiche tedesche, soprattutto di Max Arnold. Il 10 dagli occhi tristi ha disputato l’intera partita sempre ben lontano dalla porta costantemente preoccupato di chiudere ogni varco agli spagnoli. Ha sbrogliato situazioni difficili e all’occorrenza usava la sua tecnica per prendere fallo così da far respirare la squadra. Ma, forse, l’azione più indicativa che riassume la chiave del successo tedesco e della partita oscura di Max Arnold, il 10 atipico, arriva intorno alla metà del primo tempo quando ancora reggeva lo 0-0. Asensio, il talento blanco, forse il vero fenomeno delle furie rosse, prende palla sulla sinistra e punta l’area, salta il terzino, ma si allunga leggermente il pallone. In copertura arriva a tutta velocità proprio il 10 dagli occhi tristi che si frappone tra Asensio e il pallone e aspetta il fallo che giunge immediatamente: Asensio, un po’ stizzito e innervosito, spinge Max e l’arbitro fischia. Da terra, dopo il fischio, si vede il tedesco di Riesa fare il pugno ed esultare di nascosto quasi valesse un gol. È un gesto umile e deciso fatto dal capitano numero 10 per una chiusura difensiva.

Riprendendo in prestito l’epica classica, questa volta greca, per una volta Ettore ha battuto Achille. E la Germania conquista il suo secondo titolo europeo Under 21 capitanata dal ragazzo dagli occhi tristi: Max Arnold.

Twitter: @Francesco Nespoli

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Francesco Nespoli

Laureato in lettere moderne all'università di Torino e in "Editoria e Scrittura" alla Sapienza. Appassionato di vari sport tra cui calcio, tennis e rugby ma di gran lunga il preferito non è tra questi. Si tratta, invece, del buon, caro, vecchio, sano subbuteo (s'intenda che parlo dell'old subbuteo e non della variante moderna definita con un asettico e privo di fantasia "calcio da tavolo"). Idolo indiscusso non può che essere l'ornitologo Peter Adolph accompagnato da P. P. Pasolini e dal cinico Nanni Moretti (quello di Palombella Rossa, in particolare).