La panchina mormorò: non passa lo straniero!

“In Italia si gioca il calcio più tattico d’Europa”, “I migliori allenatori del mondo sono italiani”, “Come si difende in Italia da nessuna altra parte”. Quante volte abbiamo sentito queste frasi a difesa di un’eccellenza calcistica che, soprattutto per la Serie A e la Nazionale, sembra essere svanita da tempo? Ultimamente però questo spirito patriottico-calcistico, tipico italiano, sta tornando prepotentemente alla ribalta. Vuoi per le prestazioni eccezionali di Claudio Ranieri in Premier League o di De Biasi con la nazionale albanese ma vuoi anche per un deciso ritorno ai vertici delle competizioni europee da parte delle squadre di club. Insomma l’italianità nel calcio, soprattutto sulle panchine, sta tornando di moda. Già solo notare che diciassette allenatori su venti in Serie A sono nostrani, vista la moda esterofila degli ultimi tempi, è una notizia. Mettiamoci pure che Siniša Mihajlović è uno straniero sui generis, essendo ormai italiano d’adozione, il cerchio delle panchine non italiane si restringe a Paulo Sosa e Rudi Garcia.

Ma come il portoghese della Fiorentina sta vivendo un momento d’oro, regalando sogni scudetto a Firenze, grazie anche alla ventata di novità che sempre accompagna l’inizio delle avventure straniere in panchina, non si può dire lo stesso per il Garcia 3.0. La posizione del francese è sempre più in bilico a Trigoria: tra brutte figure in Europa, lacune tattiche e un lento ma progressivo disinnamoramento dei tifosi nei confronti della squadra, Garcia sembra essere arrivato al capolinea della sua avventura romanista. Le accuse più grandi che vengono mosse all’allenatore di Nemours riguardano principalmente il gioco espresso dalla sua Roma. E si basano su due aspetti: la monotematicità del gioco di squadra, affidato esclusivamente alle invenzioni dei singoli e la completa disorganizzazione difensiva, che fa del reparto arretrato giallorosso il peggiore in Champions League e uno dei peggiori in Serie A. Casualmente proprio quello che noi italiani crediamo di esportare da sempre e sul quale difficilmente accettiamo lezioni dagli stranieri: l’importanza della difesa e l’organizzazione tattica di squadra.

Guardando ai vari allenatori di formazione estera che hanno allenato in Italia, si contano sulle dita di una mano quelli che hanno vinto: Helenio Herrera, Josè Mourinho, Vujadin Boskov e  Sven-Göran Eriksson. Gli ultimi due, “vincenti” più per la qualità della squadra che per la loro idea di calcio. Il resto, chi più chi meno, è sempre arrivato con grandi aspettative, presto disattese dal confronto con la complessità del campionato italiano. E’ indubbio che la Serie A sia ancora oggi un banco di prova fondamentale per un allenatore. Allo stesso modo chi ha una formazione tecnico-tattica italiana difficilmente sbaglia ovunque vada ad allenare. Proprio oggi Gianni Rivera ha parlato dell’argomento allenatori stranieri: “Ai corsi di Coverciano spesso ci sono gli stranieri che chiedono di poter studiare. Gli allenatori italiani che hanno fatto successo come Capello e Ancelotti sono tutti passati da lì. Ogni tanto poi si punta a quelli stranieri perché si spera di poter sopperire a una squadra non di livello.” Su quanto sia vera l’ultima frase ricordiamo alcuni allenatori di Milan, Inter e Roma, arrivati come “guru” decisi a rivoluzionare la Serie A e vincere con le rispettive squadre ma prontamente rispediti al mittente dopo gli enormi flop fatti in panchina.

Nell’estate 1996, dopo l’addio di Capello, il Milan assunse l’uruguaiano Oscar Washington Tabarez, soprannominato El Maestro di Montevideo. Lo scelse Galliani, mentre Berlusconi lo accolse così: “Chi è, un cantante di Sanremo?”. Non arrivò a mangiare il panettone presentando uno dei Milan più brutti degli ultimi vent’anni. Pochi anni dopo arrivò il momento dell’Imperatore Fatih Terim, probabilmente assunto più per le batoste rifilate al Milan l’anno precedente sulla panchina della Fiorentina, che per le reali capacità da tecnico. Arrivato come sergente di ferro si presentò alla prima conferenza con ciabatte e stuzzicadenti: venne cacciato a novembre dopo una sconfitta esterna con il Torino.

Ronaldo-CuperSull’altra sponda dei navigli si ricorda l’Hombre Vertical Hector Cuper. L’uomo tutto d’un pezzo, colui che per spronare i suoi a dare tutto in campo, prima dell’ingresso sul terreno di gioco batteva una mano sul cuore di ogni giocatore. All’Inter perse uno scudetto già vinto (quello del 5 maggio), dando la colpa a Ronaldo. Impose il “O me o lui!” a Moratti e il presidente scelse l’allenatore. Rimase sempre innamorato dell’unica tattica che sembrava conoscere: pestoni a centrocampo, lanci lunghi dalla difesa e pedalare in attacco. Durò due anni e mezzo, perdendo tutto quello che poteva perdere, probabilmente con l’Inter più forte degli ultimi 20 anni, escluso ovviamente il periodo mouriniano. Di un altro flop interista si ricorda la sua simpatia e il suo improbabile italiano. Roy Hodgson è stato 3 volte allenatore dell’Inter, producendo scarsi risultati, pur allenando il primo Ronaldo. Oltre ad un gioco noioso e molto british anni’90, di lui si ricorda soprattutto l’avallo delle cessioni di Roberto Carlos e Andrea Pirlo.

Carlos BianchiIn casa Roma non si può non far riferimento all’annata di Carlos Bianchi. Il Mago Galbusera, come venne soprannominato dai tifosi giallorossi, è stato oggettivamente un allenatore vincente nella sua carriera. Sette campionati argentini, quattro Libertadores e tre Coppe Intercontinentali lo issano ad uno dei tecnici argentini più vincenti di sempre, ma a Roma commise l’errore più grande che potesse fare: mettere in discussione Francesco Totti. Chiese la cessione della giovane stella giallorossa perché incompatibile con il suo credo calcistico. Durò otto mesi: troppo tattico e frenetico il calcio italiano rispetto ai ritmi più compassati di quello argentino. Venne esonerato nell’aprile del 1997, lasciando la squadra invischiata nelle parti basse della classifica, salvata dalla serie B grazie al duo Liedholm-Sella.

Ora non sappiamo come andranno a finire le rispettive stagioni per Fiorentina e Roma. Sicuramente per Garcia l’obiettivo Scudetto risulta sempre più difficile, principalmente a causa delle proprie lacune tecnico-tattiche ormai palesi da un anno e mezzo. Per il portoghese invece sembra ancora non essere finito il “fattore sorpresa” per la sua Fiorentina, ma sicuramente nei prossimi mesi il campionato italiano metterà alla prova le certezze del tecnico di Viseu. Vedremo se saprà rispondere sul campo.

E’ la storia che lo insegna. In Italia dominano gli allenatori italiani e per vincere da allenatore straniero devi adattarti allo stile e all’organizzazione tecnico-tattica della Serie A. Mourinho l’ha fatto e ha vinto. Sarebbe bello vedere il  tiqui-taca di Guardiola alla prova Serie A. Per adesso l’unico riscontro lo ha datto Luis Enrique nella sua annata giallorossa. E i risultati li conosciamo tutti….

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.