Goffin non basta: Davis francese

La stagione tennistica 2017 si è conclusa con il previsto trionfo in Coppa Davis della Francia, che ha prevalso sul Belgio alla quinta partita grazie al netto successo di Pouille su Darcis. Weekend poco entusiasmante per una competizione in crisi profonda.

La Francia ha vinto la decima Davis, sia gloria ai giocatori, al capitano, al movimento. Nel paese dei moschettieri, tennistici e non, questo è il momento delle celebrazioni per il successo in un evento che a cavallo degli anni ’20-’30 ha dato gloria al paese consentendogli di agganciare il treno Slam. Purtroppo questa finale e in generale l’intera edizione ha mostrato quanto profonda sia la buca nella quale è precipitata la competizione a squadre un tempo tanto prestigiosa. Ora è un torneo di consolazione che conta solo per chi la vince ed è dimenticata in fretta da chi la perde. È stato un 2017 particolare, con tanti infortuni, ma lungo il proprio cammino la Francia ha trovato il Giappone privo di Nishikori, la Gran Bretagna senza Murray, la Serbia orba di Djokovic. L’unico degno avversario dei transalpini, Goffin in finale, ha dato loro sei set a zero nei due singolari. Non ci sono meriti individuali dunque, né fra i giocatori, che si sono limitati a battere rivali inferiori, né di capitan Noah, che ha messo a repentaglio la vittoria scegliendo di smontare un collaudato doppio.

La forza del movimento francese in questi anni è stata la grande varietà di scelta, tanti giocatori di livello, semifinali e finali Slam con diversi elementi anche se l’ultimo alloro resta proprio di Noah, Roland Garros 1983. Ora che Tsonga, Gasquet, Monflis, Simon, Mahut, Benneteau, Chardy sono sopra i 30 anni, restano comunque Paire e Pouille per il futuro, in attesa di ulteriori ricambi da una scuola che assieme a quella spagnola e pur senza la punta Nadal, ha saputo utilizzare al meglio le risorse garantite dagli introiti del Roland Garros. Molti ex giocatori, uomini giovani in grado di dare molto sul campo vengono utilizzati a livello federale e affiancati ai tennisti del presente. Il sistema funziona e si traduce in risultati, esempio che sarebbe opportuno seguire anche da questa parte delle Alpi.

La finale di Lille ha avuto un esito lineare, quattro singolari decisi in tre set, solo un paio di momenti di buon tennis. Ci si riempie spesso la bocca con i luoghi comuni legati alla Davis, certe sorprese ci sono solo lì ecc.. In realtà i risultati della finale hanno rispettato pedissequamente rapporti di forza e condizione di forma. Reduce dal magnifico Masters, Goffin ha dominato i due francesi e il supposto “uomo Davis” Darcis ha mostrato sul 2-2 tutti i suoi limiti di fronte a un avversario superiore.

La prima giornata ha offerto un bel primo set fra Goffin e Pouille, il francese ha ceduto il servizio alla prima palla break sul 5-5 per poi crollare nella frazioni successive. Senza storia il confronto fra Tsonga e Darcis, capace di raccogliere soli sei games.

Giovedì Noah aveva deciso di escludere Mahut, dividendo il doppio con Herbert, collaudato da due anni, vincitore in carriera di Wimbledon e degli US Open oltre che di tre Mille in questa stagione e dei tre incontri di Davis della stagione. Se lo scopo era mettere un singolarista e conservarsi una carta per la domenica si è sbagliato bersaglio poiché Mahut sarebbe stato perfettamente in grado di giocare e nell’ultimo match è stato ugualmente proposto Pouille. Il doppio francese composto da Gasquet ed Herbert (che ha dovuto giocare a destra a differenza di quanto gli accade con Mahut) ha comunque portato il punto, si dice che chi vince abbia sempre ragione ma non è così. Dopo un primo set dominato i due hanno infatti perso il secondo e visto il duo belga servire per il set sul 5-4. Gli errori di Bemelmans hanno portato al tie break dominato dai francesi, ma ancora nel quarto gli ospiti hanno avuto opportunità – due palle break sul 2-3 15-40 – rischi enormi che il doppio titolare avrebbe evitato. A Noah è andata bene. Van Herck avrebbe a sua volta dovuto azzardare Goffin: era stanco da Londra e tre partite in un weekend sono tante, ma era l’unica occasione di sovvertire il pronostico.

Il primo set del match di domenica fra Goffin e Tsonga, durato più di un’ora, ha riconciliato con il tennis. Livello e ritmi alti, Jo si è espresso al meglio e ha avuto chance, specie nel game da 12′ sul 4-3 durante il quale Goffin ha dovuto annullare quattro palle break. Tsonga ha avuto un set point sul 6-5, è partito male nel tie break, ha recuperato, ma poi una risposta di rovescio su una seconda di servizio ha dato al belga il 7-5. Il francese ha avuto un ultimo sussulto sull’1-1, occasione per portarsi avanti, ma poi al sesto gioco ha commesso doppio fallo, ceduto la battuta e da lì è stato 3-6 2-6. Tutto era nelle mani di Darcis, l’eroe vallone, il vincitore di Zverev nel 1° turno di febbraio. Contro di lui, Pouille ha piazzato il break già nel secondo gioco, ha brigato un po’ per strappargli il servizio solo in avvio del parziale seguente chiudendo 6-1 6-3 6-0 in un’oretta e mezza.

Torna dunque la Marsigliese sulla Davis 16 anni dopo l’ultima volta e il tennis riprende a interrogarsi sulla formula adatta per rilanciare una competizione che non interessa più ai giocatori. Togliere i tre set su cinque la priverebbe della sua peculiarità, metterla in calendario ogni due anni – i dispari per non confliggere con le Olimpiadi – potrebbe essere invece il sistema più semplice per creare un’attesa e non veder morire, fra esibizioni alla Laver Cup, una competizione che per 117 anni ha regalato emozioni, spettacolo e senso di appartenenza al più individuale degli sport.

Twitter: @MicheleSarno76

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michele sarno