Gerson e Gabigol: chi li ha (più) visti?

Brasiliani entrambi, giovani, talentuosi (o così sono stati presentati): Gerson e Gabigol, ormai, arrivati a maggio, possono essere definiti i due fantasmi del campionato italiano. Entrambi giovani, entrambi arrivati con la fanfara dei campionissimi. Per il pedigree conquistato in patria, ma soprattutto per il prezzo del cartellino. Poco meno di 50 milioni di euro in due. Sì, avete letto bene: cin-quan-ta milioni di euro. 30 per Gabigol e circa 17 per Gerson. Risultato dopo un anno? Panchine, tante, campo, poco. Sicuramente per responsabilità dei calciatori, molto giovani ed eccessivamente esposti alla luce dei riflettori. Ma anche demerito, forse, di chi li ha portati in Italia: strapagandoli e caricando sulle loro spalle aspettative esagerate. Quello che davvero stupisce è l’utilizzo praticamente nullo che Spalletti e Pioli hanno fatto di loro: in Serie A sono 99 minuti per il romanista, suddivisi in sei spezzoni di partita e 130′ per Gabigol, spalmati in quattro incontri.

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GERSON – La storia del brasiliano, sulla carta, è sembrata per mesi quella del vero predestinato. Combattuto sul mercato, fortemente voluto dal Sabatini e dalla Roma che, spendendo la cifra più alta dell’ultimo calciomercato, lo hanno strappato al Barcellona. Un affare di mercato, l’ennesimo colpo di genio dell’ex ds giallorosso. Comprare a cifre alte giocatori dal futuro assicurato. Addirittura con sei mesi d’anticipo, per aggirare la regola sugli extracomunitari e battere la concorrenza. Maglia numero 10 (che ha scatenato non poche polemiche) consegnata direttamente in Brasile e investitura ancora prima di vederlo giocare. “Vieni sei mesi ad allenarti, così ti ambienti“. Più o meno deve essere stata questa la richiesta della Roma a gennaio 2016. Peccato che il giocatore e soprattutto suo padre non fossero molto d’accordo su questo non utilizzo. Un mese di tira e molla che si è trasformato in un nuovo prestito semestrale alla Fluminense, suo vecchio club.

In estate il definitivo ritorno a Roma e l’inizio del declino – semmai ci sia mai stata un’ascesa. Sei mesi di panchine, qualche spezzone in Europa League e i (maledetti, per lui) 45′ contro la Juventus. Bocciato. Un insieme letale di equivoci tattici che hanno, ad oggi, bruciato un talento ritenuto troppo compassato per agire come mezz’ala e poco pronto alle asfissianti marcature del calcio italiano per agire da trequartista. Questo inverno un addio praticamente chiuso con il Lille. 5 milioni di prestito e 12 per il riscatto. La stessa cifra del suo acquisto. Un’ammissione di colpa che non avrebbe fatto vittime (economiche). Invece è arrivato il rifiuto del giocatore. Cambiamenti? Ovviamente no. Presenza fissa in panchina, con alcune apparizioni addirittura in Primavera, per offrirgli quei minuti di calcio vero di cui avrebbe disperato bisogno. Ora la palla spetta a Monchi: aspettarlo o rivenderlo e non pensarci più?

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GABIGOL – Viste le folli spese nerazzurre, forse l’arrivo del brasiliano all’Inter è stato con meno pressioni rispetto al collega giallorosso, ma sicuramente con più milioni versati. Per Gabigol il ds Piero Ausilio ne ha spesi 30. De Boer non lo voleva, la dirigenza sì. Il peccato originale è stato trascinato per l’intera stagione, a discapito della maturazione di un calciatore con grandi mezzi – 24 reti con la maglia del Santos e un oro olimpico non possono essere un caso, soprattutto se sei appena maggiorenne. Grandi doti, vero, ma oggettivamente ancora non pronto per il grande salto. I primi mesi i tifosi dell’Inter lo hanno visto impegnato solo in allenamento. Contro il Bologna ha esordito in campionato a San Siro il 25 settembre e sempre agli emiliani, un girone dopo, ha segnato la prima e unica rete in serie A. Sembrava l’inizio dell’ascesa, è stata la rincorsa verso il dimenticatoio. Due spezzoni contro Roma e Genoa in tre mesi, per una squadra che ormai da un mese fatica a raccogliere punti. Imbarazzo, confusione ed equivoci tra Inter e Gabigol che andranno obbligatoriamente chiariti a giugno.

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.