E il calcio dov’è?

I più lungimiranti forse avevano già capito tutto. Se un allenatore come Rudi Garcia prima della gara dichiara apertamente che la corsa scudetto è finita, significa che le cose sono già scritte. La Roma di ieri pomeriggio in campo ha mostrato esattamente questo atteggiamento di arrendevolezza, a fronte di un campionato che sembrava finito già nel girone di andata, vedendo che in questa competizione c’è solo una squadra alla quale le cose vanno tutte lisce, sempre: la Juventus. Questo non giustifica l’inguardabile prestazione dei giallorossi contro il Catania ed anzi, viene da domandarsi perché la squadra sia scesa in campo in quelle condizioni. Due le ipotesi più “calde” del momento: la paura di far festeggiare lo scudetto alla Juventus in casa giallorossa nel prossimo incontro; oppure un segnale che Rudi Garcia ha voluto dare alla società. {ads1} Vista l’idiozia che regna dentro e fuori gli stadi tra le tifoserie, come si poteva far finta che lo scudetto della Juventus a Roma non sarebbe stato un problema? E trascurando per un istante la questione dell’ ordine pubblico, dopo un’annata stratosferica come quella dei giallorossi, la beffa di ospitare la festa juventina sarebbe stata veramente umiliante. La seconda ipotesi riguardo l’atteggiamento della squadra – che ha evidentemente risentito delle dichiarazioni arrendevoli di Garcia in conferenza stampa – vede in esso un segnale da parte del tecnico francese, che ha evidenziato i limiti di questa squadra nelle seconde linee e la forte necessità di investire sul mercato per affrontare al meglio la prossima stagione. In ogni caso, questo non è calcio. E che dire della Juventus? In Italia ha dimostrato di essere la più forte del campionato, ma anche la più aiutata. Dagli arbitri, dalla fortuna, dalle altre squadre. Ed ora si ritrova a festeggiare uno scudetto offerto sul piatto d’argento che le conferisce il titolo di campione in Italia, ma provinciale all’estero.
Tra sospetti, omertà, accuse, false vittorie e sconfitte, tutti possono parlare. E giustamente anche Ballardini, allenatore del Bologna in lotta per la salvezza ha detto la sua sul 4 a 1 di Catania – Roma : “Non mi sorprende più nulla, siamo in Italia…”. Una frase che, se letta nel modo giusto fa male, al calcio, agli italiani. Queste frasi però, vengono dette solamente quando si è direttamente coinvolti dall’ ingiustizia e l’anti – sportività che purtroppo regna nel calcio italiano. E’ vero che in questo caso, l’atteggiamento arrendevole della Roma – che fino a domenica scorsa condannava queste dinamiche – ha favorito il Catania della sua corsa alla salvezza che coinvolge anche il Bologna di Ballardini, ma quest’ultimo dov’era quando il Livorno si è calato le braghe contro la Juventus? Tutti paladini della giustizia occasionali, in un calcio che non c’è più.

 

Che il calcio giocato sia passato in secondo piano, lo dimostra anche la poca qualità all’interno del rettangolo di gioco. Ancora una volta, il derby di Milano non ha regalato grandi emozioni. Qualche anno fa, lo scontro tra Milan e Inter coinvolgeva due squadre in lotta per il titolo e vedeva sfidarsi in campo dei veri fuoriclasse, che in qualsiasi momento della gara potevano risolvere la partita con una giocata. Ieri sera invece, il gol partita è stato segnato da De Jong, e grazie a lui il Milan può ancora lottare per un posto in Europa, conteso con squadre come il Torino, il Verona e la Lazio. Trovate voi le differenze.

Impossibile non concludere il triste quadro del calcio italiano senza fare delle riflessioni sui fatti accaduti in occasione di Napoli – Fiorentina all’ Olimpico. Una finale di Coppa Italia che ci ha reso ridicoli in tutto il mondo, dove i giornali esteri hanno titolato in prima pagina “la finale della vergogna” nelle loro rispettive lingue, ed hanno anche ragione. Un evento sportivo in mano agli ultras, la violenza che vince sul calcio giocato, autorità né autorevoli né autoritarie, politici che non sanno dove mettere le mani, e ragazzi giovani che ne fanno le spese. Se la legge non funziona fuori lo stadio, non funzionerà mai nemmeno all’interno. Se a bloccare l’evento sportivo è una tifoseria armata di bombe carta misteriosamente introdotte allo stadio in barba ai bambini che in tribuna vedono sequestrarsi il tappo della bottiglia; se allo stadio è entrato il leader della curva partenopea con una maglia inneggiante la libertà di un assassino e se proprio lui ha il potere di bloccare la finale a difesa di un tifoso napoletano colpito da un arma da fuoco, non ci si può lamentare delle conseguenze. Però siamo anche il paese che si occupa di razzismo territoriale, che ammonisce i giocatori quando tolgono la maglia, che condanna i camorristi allo stadio ma non i mafiosi in politica, e che fischia l’inno nazionale solo perché ci mette faccia a faccia con noi stessi. Ma questo non è più calcio, è tutta un’altra storia.

 

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Alex Marino

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