Confederations Cup: il Giappone gioca, l’Italia vince. Ed ora il Brasile

Quanto ci siamo divertiti. Eh già, nei giorni che hanno preceduto il match tra Italia e Giappone la gran parte dei tifosi italiani si è sollazzata nello schernire la squadra nipponica, richiamando alla memoria gli idoli di uno dei cartoni animati più amati dai ragazzini di tutto il mondo, Holly e Benji. Ebbene, nei primi 35 minuti della partita e per buona parte del secondo tempo, sembrava veramente che gli azzurri si trovassero di fronte a quella squadra di fenomeni: Oliver Hutton Kagawa seminava panico nella metà campo azzurra, mentre Mark Lenders Maeda con i suoi movimenti creava voragini nella nostra difesa, dove puntualmente si inseriva Julian Ross Honda, mentre Tom Becker Nagatomo portava scompiglio sulla fascia. All’appello sembravano mancare solamente i fratelli Derrick con il loro insuperabile “tiro triangolare” e il formidabile portiere Benjamin Price!{ads1}Ma, scherzi a parte, la prestazione degli azzurri è stata assolutamente sconcertante, soprattutto a causa di una condizione fisica più che precaria. Ma questo già si sapeva, e nasce quindi spontanea una domanda: ma perché non fare un po’ di turnover? E dire che in panchina abbiamo gente come El Shaarawy, Diamanti, Candreva, Cerci, Ogbonna e qualche altro elemento di buon livello, giocatori che sicuramente avevano più gamba degli 11 cadaveri visti in campo ieri sera. Viene da pensare che Prandelli volesse mettere subito al sicuro la qualificazione alle semifinali per potersi giocare con tranquillità il big-match contro il Brasile di sabato sera, nel quale, a questo punto, si spera di vedere in campo qualche giocatore fresco, per non incorrere nel rischio di fare una figuraccia. La preoccupazione più grande riguarda soprattutto la fase difensiva: Barzagli e Chiellini, aiutati pochissimo in fase di interdizione dal centrocampo, si sono trovati spesso in situazioni di 1 contro 1, e raramente sono riusciti ad avere la meglio, mentre sulle fasce Maggio e De Sciglio non sono riusciti a contrastare le continue sovrapposizioni dei terzini nipponici.

Però, detto delle pessime condizioni dell’Italia, va dato anche merito al Giappone di Zaccheroni, che gioca un calcio semplice ed efficace, fatto di continui dai e vai, buon giro palla e tanta corsa di sacrificio per creare spazi nella difesa avversaria. Certo, va poi detto che i nipponici non sono più la squadra materasso che erano fino ad una ventina di anni fa, vista l’esponenziale crescita che ha avuto il movimento calcistico giapponese da Nakata in poi, e che ha permesso di tirare fuori giocatori ottimi come Kagawa, Honda, Okazaki, Nagatomo. Non saranno comunque all’altezza dei protagonisti di Holly e Benji, ma la strada per Zac e i suoi sembra essere quella giusta.

 

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Cristian Policella

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