Collins abbatte una storica barriera

“Non ho scelto io di essere il primo atleta apertamente gay a giocare in uno degli sport più importanti d’America. Ma visto che lo sono, sono contento che se ne parli. Non vorrei essere quello che alza la mano e dice di essere diverso. Ma visto che nessuno l’ha fatto tocca a me.”

Un pivot 35enne con alle spalle una lunga e non particolarmente brillante carriera in NBA torna a giocare a circa dieci mesi di distanza dall’ultima gara disputata. Non sembrerebbe una vicenda tanto rilevante, eppure in questi giorni ha calamitato un’enorme attenzione mediatica negli USA. Il centro in questione è infatti Jason Collins, colui che il 29 aprile dello scorso anno, in un articolo scritto per Sport Illustrated, rivelò la propria omosessualità, primo atleta americano dopo Glenn Burke, giocatore di baseball dei Dodgers alla metà degli anni ’70. Supportato da campioni come Bryant e dal commissioner David Stern, Collins è stato ricevuto alla Casa Bianca dal presidente Obama, divenendo ben presto un simbolo e venendo introdotto nella National Gay and Lesbian Sports Hall of Fame insieme a leggende quali Billy Jean King, Martina Navratilova e Greg Louganis.

Ora è tornato nella franchigia che lo aveva lanciato in NBA – nel frattempo trasferitasi dal New Jersey a Brooklyn – dove aveva vissuto due consecutive finali per il titolo, nel 2002 e nel 2003. Un contratto di soli dieci giorni, firmato a detta del gm dei Nets per fornire a Jason Kidd, compagno di squadra di Collins tra il 2001 ed il 2008, un’alternativa valida nel reparto lunghi. Ha esordito contro i Lakers, meno di 11′ in campo, un tiro sbagliato, due rimbalzi catturati e la consapevolezza di aver scritto una pagina di storia. La speranza di chi condivide i valori di eguaglianza è che il suo gesto ed ora il suo rientro in campo possano fungere da esempio per i giovani atleti che si trovano a vivere gli stessi dubbi nell’ambito sportivo in cui operano. {ads1} Carmelo Anthony era in serata di grazia, 44 punti chiusi dalla tripla che a pochi secondi dalla fine aveva portato sul 108 pari la sfida con Dallas. I Knicks non avevano però fatto i conti con Dirk Nowitski, piuttosto opaco sino a quel momento: il tedesco ha lasciato partire il suo tiro quando la sirena stava per suonare, la palla scagliata da quasi sei metri si è arrampicata sul canestro, ha toccato il ferro due volte e poi si è infilata nella retina. “Non mi sentivo neanche di festeggiarlo, era (un tiro nda) così brutto. Ma ci prendiamo la vittoria ed andiamo avanti”.

Quarto successo consecutivo per Golden State, che affossa Detroit in grave crisi ed ora piuttosto staccata dall’ottavo posto di Atlanta ad Est. Datome sempre a 0′, mentre tra i californiani, Curry ha ormai archiviato la serata storta nel tiro da tre all’All Star Game. Contro i Pistons ha sfiorato la tripla doppia (19 punti, 8 rimbalzi e 9 assist) ed ora comanda la graduatoria dei passaggi vincenti in NBA. Jamal Crawford punisce ripetutamente New Orleans dall’arco, chiudendo con un 7 su 12. Trascinati dai soliti Chris Paul e Blake Griffin, i Clippers fanno paura a tutti e sono ormai i padroni incontrastati di Los Angeles, nella notte in cui i Lakers, complice la vittoria di Utah su Boston, subiscono l’umiliazione di diventare la squadra con il peggiore record ad Ovest.
Chiudiamo con Metta World Peace: i Knicks hanno risolto il suo contratto e colui che sempre sarà noto come Ron Artest diventerà free agent. Quale squadra si sentirà in vena di rischiare su di lui?

 

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michele sarno

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