Il Real Madrid si regala Milano: ancora finale con l’Atletico

Alla fine sarà come due anni fa a Lisbona: la prossima finale di Champions League sarà ancora Real Madrid – Atletico Madrid. Nuovamente il derby della capitale spagnola, nuovamente contro due modi di pensare, di vivere e di giocare a calcio completamente agli antipodi. Simeone cercherà la rivincita dopo la beffa subita nel 2014 contro il Real di Ancelotti: questa volta avrà di fronte avrà i blancos di Zidane che, dopo lo 0-0 dell’andata, piegano il Manchester City nel ritorno della semifinale. Al Bernabeu basta il minimo sindacale: 1-0 di Bale e Pellegrini deve arrendersi.

Il match. L’inizio della partita si sviluppa subito attorno a due grandi protagonisti: Ronaldo ce la fa e parte dall’inizio, guidando l’attacco del Real, mentre nel City la partita di capitan Kompany dura appena dieci minuti. Un guaio muscolare lo costringere ad alzare bandiera bianca. E forse proprio il forfait del leader difensivo del Manchester City dà il la all’assalto blancos. Il Real macina gioco, pressa e riparte, spinto anche da un Bernabeu bollente. E al 20’ la partita si sblocca: Bale taglia sulla destra, Carvajal gli serve il pallone, il gallese crossa al centro ma la scivolata di Fernando fa schizzare il pallone verso l’incrocio dei pali. Hart battuto e 1-0 Real Madrid. Subìto lo svantaggio, gli inglesi accusano il colpo e combinano davvero poco. Aguero è abbandonato a sé stesso, il centrocampo Citizens è sovrastato da quello del Real e gli unici sussulti arrivano dagli attacchi madridisti. Nel secondo tempo il registro della partita non cambia: il Real Madrid attacca e cerca il raddoppio, il City si difende e prova a ripartire. Senza successo. Prima Modric, poi due volte Ronaldo sfiorano il 2-0 e la partita scivola via sui binari prestabiliti da Zidane. Alla fine il risultato non cambia, il Real vince con il minimo scarto regalandosi la finale di Milano contro i cugini dell’Atletico.

Alla fine obiettivo raggiunto e quattrodicesima finale nella storia della Champions. Ma è un Real che non ha rubato l’occhio, non ha dominato l’avversario, ha solamente fatto quanto doveva fare. Cavalcando il suo uomo più in forma, Bale, al quarto gol in dieci giorni. Segnando il “golletto” decisivo per la qualificazione, come ormai le capita in Champions League da 30 partite casalinghe consecutive. L’ultima infatti a lasciar vuota la casella dei gol del Real Madrid era stato il Barcellona di Guardiola nel 2011. E riuscendo a non subire gol in casa, come sempre accaduto in questa edizione della coppa. Insomma le statistiche hanno permesso al Real Madrid di raggiungere la finale perché i blancos hanno fatto davvero poco di più, non offrendo certo un calcio degno di una finalista. Con la complicità del City, totalmente spento, senza mordente e voglia di raggiungere la prima finale della storia. L’emblema è stato Yaya Toure, l’uomo con più esperienza e leadership dei Citizens: lento, pesante e chiaramente fuori forma, ha offerto un’immagine dolorosa di sè, come il resto dei suoi compagni di squadra.

Un record però la partita del Bernabeu lo regala: per la prima volta nella storia della Coppa dei Campioni/Champions League ci sarà una finale-bis tra squadre della stessa città. Inoltre questa finale tutta spagnola mette in risalto un altro dato importante. Nel terzo millennio il baricentro del calcio è stato spostato verso la Spagna, che ha vinto 7 delle ultime 15 Champions. In più con la partita di San Siro, in programma il 28 maggio, Madrid diventa la città con più rappresentanti nelle finali della Coppa più prestigiosa, salendo a 17 (14 per il Real, 3 per l’Atletico) contro le 16 di Milano (11 Milan, 5 Inter). Però almeno su scala nazionale rimaniamo aggrappati ancora agli spagnoli: Italia-Spagna 27 pari. Certo, con questi chiari di luna, anche qui il sorpasso appare davvero prossimo.

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.