Arthur Friedenreich, l’inventore del futbol bailado

19 novembre 1969. Maracanà di Rio de Janeiro. Santos-Vasco da Gama. Al minuto 34′ l’arbitro assegna un rigore per il Santos. Andrà a batterlo Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé. Tutto il Brasile si ferma. Si ferma perché non è un rigore come un altro. È un rigore che potrebbe entrare nella storia del calcio. Potrebbe essere, se trasformato, il millesimo gol del Rei do Futebol. E così fu. Due sono le versioni di cosa successe dopo: 1) la partita continuò e finì 2-1 per il Santos; 2) Pelé fu portato in trionfo e la partita venne sospesa. Di certo, però, rimane che il Rei do Futebol siglò la sua millesima rete. Ma non è il primo nella storia ad aver raggiunto questo traguardo e neppure il primo brasiliano. Sì, perché prima ci fu un altro, anche lui soprannominato il Re del Calcio: il suo nome è Arthur Friedenreich.

Arthur friedenreich paulista

Arthur Friedenreich

Un metro e 75, struttura esile, occhi verdi e carnagione scura. Un mulatto nato a San Paolo, nel 1892, e cresciuto nelle strade polverose della periferia paulista, figlio di una lavandaia afro-brasiliana e di un commerciante tedesco, emigrato in Brasile. Comincia a giocare nel 1909 e subito si distingue per le sue qualità, principalmente due: la vena realizzativa e i funambolici dribbling. Già a 26 anni è considerato una leggenda. Ma ciò che lo segnerà di più, nella sua vita calcistica, non saranno le partite, i gol, le vittorie e le sconfitte, bensì il colore della pelle. Un tratto, che in una società brasiliana, a quell’epoca fortemente razzista ed egemonizzata dagli uomini bianchi, non poteva passare inosservato. E così Arthur Friedenreich fece di tutto per cercare di esaltare le sue origini europee. Si dice che raccontava di aver cominciato a giocare in Europa, in un club, il Germania; era solito lisciare i suoi capelli crespi con la brillantina e, addirittura (non sappiamo dove finisce la realtà e comincia la leggenda), si cospargeva crema di riso sul viso, prima di ogni partita, per schiarire la sua carnagione. Insomma, sembra impossibile che possa fare carriera ma il genio dribbla anche i pregiudizi … almeno fino al 1919, anno spartiacque per la carriera e la vita di Arthur Friedenreich. Ma andiamo con ordine.

L’ASCESA DEL “TIGRE

Arthur Friedenreich 1919

Brasile vincitore del Sud-Americano 1919

L’appellativo “O Tigre” arriverà in un’occasione speciale. Prima Arthur Friedenreich si fa conoscere, come abbiamo anticipato, grazie al suo proverbiale senso del gol e a quel suo modo di interpretare il calcio come una danza. Una danza con il pallone, sul pallone, una danza ubriacante, ipnotica, estatica che gli avversari non riescono ad arrestare. E così l’8 settembre 1912 arriva l’esordio in una selezione brasiliana (il Brasile come nazionale non esisteva ancora, esistevano solo selezioni statali). La partita è contro l’Argentina e finisce 6-3 per l’Albiceleste. Ma Arthur segna un gol, il primo. Due anni dopo, il 21 luglio 1914, gioca una partita con una selezione brasiliana (tutta paulista) contro l’Exeter City. Finisce 2-0 per i brasiliani, Arthur non segna ma il protagonista è indubbiamente lui. Si narra che abbia talmente ubriacato di dribbling il terzino inglese, soltanto per il gusto di farlo, tanto da scatenare una reazione quanto mai spropositata dettata dalla frustrazione: il terzino gli ha fatto saltare due denti.

La consacrazione è alle porte e l’occasione si presenta al Sud-Americano (vecchio nome della Copa America) del 1919, disputato a Rio de Janeiro. La Seleção batte il Cile 6-0, il nostro Arthur segna 3 gol, e batte l’Argentina 3-1. La partita, che assegnerà il titolo, sarà contro l’Uruguay. Finisce 2-2. È necessaria la ripetizione. All’Estadio das Laranjeras, dopo 90 minuti, il risultato è fisso sullo 0-0. Servono i supplementari. Ed ecco che si manifesta El Tigre: al 122′ Arthur Friedenreich segna e consegna il primo titolo ufficiale al Brasile. Diventa praticamente un eroe nazionale, portato in trionfo da tutta la Nazione e, addirittura, la sua scarpa viene esposta in una gioielleria. Da questo momento in poi è nato “El Tigre“.

DALL’ESCLUSIONE ALLA NAZIONALE A “RE DEL CALCIO

Il Sud-Americano si gioca ogni anno e nelle edizioni del 1920 e del 1921, la Seleção porta selezioni solamente carioca. Dunque per l’eroe nazionale del 1919 nessuna convocazione. Il motivo? Razziale: la sua provenienza (paulista) e il colore della sua pelle diventano un problema, un ostacolo per il rapporto con la Nazionale. Arthur Friedenreich, comunque, continua a giocare nel Paulistano, a cui era approdato nel 1918 e con cui vincerà 7 titoli statali segnando a ripetizione. Poi, nel 1922, c’è un’apparente apertura. Viste le delusioni nel Sud-Americano, del ’20 e del ’21, della Seleção “carioca”, il Brasile è costretto a convocare anche giocatori di provenienza paulista. E Arthur Friedenreich torna a vestire la maglia verde-oro. Ma è solo, appunto, un’apertura apparente. Proprio alla vigilia della finale che il Brasile era riuscito a conquistare, il Presidente Epitacio Pessoa impose ai giocatori di pelle nera di non disputare la gara. Perciò El Tigre, trascinatore e riferimento offensivo fino a quel momento, si dovette far da parte. Il Brasile, comunque, conquistò il titolo battendo il Paraguay con un netto 3-0. Ma per Arthur fu una vittoria quanto mai amara.

arthur friedenreich paulistano

Sao Paulo Futebol. Arthur Friedenreich (il settimo da sinistra)

Ma la delusione più cocente arriva nel 1930 quando si disputa la prima edizione dei Mondiali. Federazione carioca e paulista, come sempre, non si trovano d’accordo e questo comporta, ovviamente, l’esclusione dei giocatori paulisti dalla convocazione. Così Arthur Friedenreich non ebbe la possibilità di giocare ai Mondiali, mai … come, circa 15/20 anni, capitò a un altra leggenda del calcio: Alfredo Di Stefano.

Dunque ai margini in patria, El Tigre fa proseliti in Europa. Con il suo Paulistano, nel 1925, sbarca nel Vecchio Continente per una tournée. Disputa 10 partite e segna ben 12 volte ma a rimanere impressa nella memoria è una gara in particolare, quella contro una selezione francese il 23 maggio dello stesso anno. Finisce 7-1 per il Paulistano, Arthur segna 3 gol ma fa qualcosa di più. La sua prestazione è talmente abbacinante che gli spettatori francesi ne rimangono ammaliati, catturati. Così tanto che lo soprannominano il “Re del Calcio. Quella danza con il pallone, sul pallone aveva conquistato anche l’Europa.

E c’è un altro record che arriva nel 1930. Dalle ceneri del Paulistano nasce il Sao Paulo de Floresta, con cui vince l’ottavo titolo della carriera, e segna il primo gol nell’era professionistica del calcio brasiliano. L’ultimo gol lo realizza alla veneranda età di 43 anni nel Santos (guarda caso la squadra simbolo di Pelé) nel 1935.

QUANTI GOL HA SEGNATO?

Ora, qui, c’è un dibattito che non si riuscirà mai a sciogliere. Rimarrà avvolto nel mistero, nel mistero della leggenda di Arthur Friedenreich. Gli erano stati assegnati 1329 gol in 1200 partite. Dunque, stando così le cose, più di Pelé (1284 gol). Successivamente, però, ricerche più approfondite hanno segnalato come errore di battitura il numero 1329: sarebbero quindi 1239 gol in 1329 partite (meno di Pelé). Purtroppo di tante partite, ovviamente, non esistono documenti ufficiali e la verità non verrà mai fuori. Ma una cosa è certa! Il primo brasiliano, e più in generale calciatore, a raggiungere quota mille reti e a essere chiamato il “Re del Calcio” è indubbiamente il mulatto esile dagli occhi verdi Arthur Friedenreich.

Per concludere prendo in prestito le parole di Eduardo Galeano che scrisse così del “Tigre“: “Da Friedenreich in avanti, il calcio brasiliano, quando è davvero brasiliano, non ha angoli retti, come non ne hanno le montagne di Rio, né gli edifici di Oscar Niemeyer“.

Twitter: @Francesco Nespoli

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Francesco Nespoli

Laureato in lettere moderne all'università di Torino e in "Editoria e Scrittura" alla Sapienza. Appassionato di vari sport tra cui calcio, tennis e rugby ma di gran lunga il preferito non è tra questi. Si tratta, invece, del buon, caro, vecchio, sano subbuteo (s'intenda che parlo dell'old subbuteo e non della variante moderna definita con un asettico e privo di fantasia "calcio da tavolo"). Idolo indiscusso non può che essere l'ornitologo Peter Adolph accompagnato da P. P. Pasolini e dal cinico Nanni Moretti (quello di Palombella Rossa, in particolare).