Anarchia a Wimbledon

 Federer ruzzola giù dal trono di Wimbledon, clamorosamente. Battuto sulla stessa erba che l’ha visto protagonista in otto finali, sette delle quali vinte, dentro uno stadio che nell’ultimo decennio è diventato la sua seconda casa. Ed è una caduta che fa rumore, tanto più perché a sgambettare il re è stato Sergiy Stakhovsky, attuale numero 116 al mondo. Uno che, per intenderci, avrebbe dovuto figurare da sparring partner, da vittima sacrificale per il ludibrio dei facoltosi avventori del Centrale..{ads1}E invece l’ucraino s’è ritagliato un ruolo da assoluto protagonista, e l’ha fatto nell’unico modo possibile: giocando la partita della vita, in modo per di più spettacolare. Cioè seguendo ogni servizio a rete e correndo dappertutto. Non sbagliando praticamente nulla. Sarà per la sua tattica aggressiva, sarà per sopraggiunti limiti d’età, ma dall’altra parte Federer non è mai riuscito a gestire il gioco: troppo lento negli spostamenti e poco efficace nei momenti decisivi del match. Il tie-break del quarto set riassume l’incontro: Stakhovsky serve forte / Federer risponde alto, centrale e lento / Stakhovsky chiude la voleé. Forse è finita un’epoca.

L’eliminazione di Federer è il culmine di un’ecatombe. Nel pomeriggio Maria Sharapova (vincitrice nel 2004) usciva sconfitta sotto i colpi della portoghese Michelle Larcher de Brito, giocatrice solida e poco più. Nel frattempo, sugli altri campi si consumavano addirittura 7 ritiri per infortunio, tra cui quelli illustri di Jo Wilfried Tsonga (numero 6 del seeding) e di Lleyton Hewitt, campione nel 2002. Tra i grandi esce illeso solo Andy Murray, che piega il taiwanese Ye-Hsun Lu 6-3 6-3 7-5. E che ora, teoricamente, stando ad una carta non più molto affidabile, dovrebbe avere la strada spianata fino alla finale. Dovrebbe, perché nell’anarchia di questo pazzo pazzo Wimbledon non v’è più certezza alcuna.

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Mauro Del Prete

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