A tu per tu con Igor Cassina

 

Igor Cassina ci racconta la sua carriera in questa intervista, passando dai successi ai momenti più dolorosi, a quelli che lo hanno aiutato a crescere e a diventare il ginnasta che è oggi.

Hai da meno di un mese intrapreso la strada di allenatore. Come ti stai trovando?
“Ho iniziato da circa cinque settimane nel Pro Carate, una società vicino casa mia, ed è stata una proposta avvenuta in maniera naturale e spontanea. Ho accettato con piacere perché, come tu ben sai, ho sempre fatto ginnastica artistica per tutta la mia vita e stavo cercando di capire cosa fare da grande dopo esser stato a New York per un anno a insegnare e, anche se è stata un’esperienza, preferivo stare qua. Ho iniziato da poco, per ora i bambini ascoltano, sono attenti, abbastanza disciplinati e ci sono i presupposti per iniziare nel migliore dei modi, poi il futuro non lo conosco e non so cos’altro potrà saltare fuori.”

Cos’è che ti ha lasciato l’esperienza in America?
“Negli Stati Uniti io sono stato a Manhattan, un po’ il cuore di New York che è una metropoli grandissima: c’è turismo 365 giorni l’anno come credo in pochissime altre città del mondo, c’è di tutto e di più 24h su 24, come dicono loro è proprio la città che non dorme mai perché c’è sempre qualcosa da fare. E’ stata la prima volta che per nove mesi ho vissuto da solo perché, anche se per via dello sport ho girato spesso il mondo, più di un mese non sono mai stato fuori. Avevo la mia casetta, avevo la mia totale indipendenza e mi sono arrangiato a fare un po’ tutto perché, posso dire tra virgolette, sono sempre stato un po’ viziato vivendo a casa con i miei e con mia mamma che mi ha fatto sempre tutto. Mi sono svegliato, anche se non è che dovessi farlo con questa esperienza perché comunque mi son trovato tante volte a dovermi dar da fare, ma senza dubbio mi ha arricchito dal punto di vista umano. Ho insegnato educazione fisica a una scuola italo – americana con i ragazzi delle elementari prima e quelli delle medie poi, ed è stato un impatto piacevole e forte ma in maniera positiva perché sono stato contento di averla fatta. Le porte sono ancora aperte se mai volessi ritornare, la preside è rimasta contenta e anche i genitori e le famiglie italiane.”

Presupponendo che Atene 2004 sia stato il tuo momento più bello nel corso della carriera ginnica, quello che invece ritieni più brutto?
“Ne ho avuti diversi. Nonostante abbia avuto la fortuna di raggiungere risultati importanti, ci sono stati anche tanti episodi negativi. Ne posso ricordare uno nel 2009, l’anno successivo a Pechino dove sono risultato quarto per via di un’imperfezione ma, nonostante quello, il bronzo poteva starci lo stesso. Il 2009 è stato l’anno in cui dovevo ritrovare la fiducia e arrivare poi a Londra 2012. Nei campionati europei a Milano avevo il primo punteggio dopo la gara di qualificazione, e in finale purtroppo psicologicamente non son salito nella maniera giusta, forse un po’ troppo sicuro di vincere perché, per come era andata la finale, mi bastava fare la metà di quello che avevo fatto in qualifica e avrei vinto, invece sono caduto due volte. Sai, psicologicamente parlando non è stato molto bello, ma qui rientra il solito discorso che la passione per quello che fai e la voglia di dimostrare a chi ti guarda che comunque ancora vali, prendono il sopravvento e quindi, dopo qualche mese, ai Campionati di Londra nella stessa struttura che avrebbe poi ospitato le Olimpiadi, sono arrivato terzo vincendo la medaglia di bronzo ed è stato il ritrovamento della mia convinzione. Avevo programmato di preparare le Olimpiadi di Londra ma quella medaglia mi ha fatto capire che ero appagato e contento di tutto quello che lo sport mi aveva dato e ho lasciato il mondo della ginnastica in modo sereno.”

E’ stato maggiormente difficile arrivare sul gradino più alto del podio o mantenere poi quel posto dopo averlo conquistato?
“Mi sa che è difficile arrivare sul gradino più alto del podio, ma poi mantenersi a quei livelli probabilmente è ancora più difficile. Magari a volte per una serie di situazioni puoi anche riuscire a ottenere quel risultato, ma poi dimostrare, nonostante alti e bassi, di essere lì, credo che sia una componente che faccia la differenza per definire il << campione >>.”

Cosa si prova ad avere un elemento tutto tuo che vedi fare da altri ginnasti, soprattutto ora che non fai più parte di quel mondo delle gare come partecipante?
“Beh, quello è un bellissimo riconoscimento attribuitomi dalla Federazione Internazionale proprio perché avevo presentato un elemento che non aveva mai portato nessun altro al mondo ed è stato, quindi, riconosciuto proprio come elemento “Cassina”. Sono contento che alle ultime Olimpiadi il ginnasta giapponese Uchimura, che ha vinto la All Around, abbia presentato il mio elemento proprio alla sbarra, e infatti, quando ha vinto il concorso individuale, le televisioni giapponesi mi hanno fatto un’intervista con lui proprio per creare questa similitudine che c’era. Lui ha preso spunto dal mio movimento e, magari, grazie a quello ha preso quei decimi in più per vincere. Inoltre, anche il ginnasta olandese nella gara di specialità alla sbarra, ha presentato il mio elemento e ha vinto la medaglia d’oro, quindi è bello anche questo. E’ una soddisfazione.”

Quante sono le cose che ti passano per la testa quando sei sul podio, con la medaglia d’oro al collo, e senti il tuo inno suonare?
“Sono emozioni uniche e talmente forti che credo sia difficile poterle raccontare. Ogni persona certe situazioni dovrebbe viverle per capire realmente cosa si prova. Ti posso dire che ho cercato di gustarmi quel momento, ma ci sono riuscito a metà perché non mi sembrava vero. Sai, quando sei piccolino hai un sogno che tieni lì nel cassetto e pensi di non poter raggiungere, ma quando riesci a ottenere quello a cui hai dedicato una vita credo che sia difficile prendere subito coscienza di ciò che hai fatto, e per me è stato così. Ancora oggi, quando capita di rivedere i video, mi fa strano dire “caspita, ma sono riuscito veramente a arrivare fino a lì?”. Purtroppo quel momento passa troppo in fretta. A Pechino ho detto “spero di rivivere ancora quell’emozione e la prima cosa che faccio, non so, mi faccio mettere la colla sul podio così almeno ho più tempo per capire”, però poi, vabbè, sono arrivato quarto e non ho potuto riviverla.”

Cosa può dare e togliere allo stesso tempo la ginnastica artistica a un ragazzo nell’età dell’adolescenza?
“Dare, può dare tantissimo soprattutto da un punto di vista caratteriale perché la ginnastica artistica, lo sport che ho fatto dall’età di sei anni, ti crea proprio il carattere. Come dicevo prima, ci sono alti e bassi, ma grazie alle rinunce e al tanto sudore speso in palestra, questo sport non ti fa mai perdere di vista le cose importanti per le quali vale la pena combattere e non demordere nonostante le avversità che nella vita ci sono. Gli insegnamenti che ti dà lo sport servono poi nella vita quotidiana, come il sapersi gestire che non vuol dire solo andare in palestra quelle quattro, cinque o sei ore, ma anche mantenere un certo rigore quando sei fuori se vuoi arrivare a dare il meglio di te. Quello che ti toglie da un punto di vista adolescenziale sono sicuramente, per quello che è stato il mio caso, le amicizie. Un po’ le ho perse ma per come ho voluto gestire io la mia quotidianità perché di tempo non ne avevo. Dopo la terza media ho fatto una scuola privata dove eravamo tre in classe, andavo in palestra al mattino, dall’una alle cinque andavo a scuola e dalle cinque alle otto tornavo di nuovo in palestra, quindi capisci già che quando gli amici mi venivano a chiamare per una partita a pallone o una passeggiata dovevo sempre dire “no”. Però il mio no non era uno no sacrificato, era spontaneo e lo dicevo con fermezza perché poi sapevo che dovevo andare in palestra e io stavo bene quando ero lì.”

Se dovessimo spiegare ai nostri figli chi è Igor Cassina, cosa dovremmo raccontargli secondo te?
“Diciamo che a questa domanda, forse, dovrebbero rispondere le persone che mi conoscono. Io penso, semplicemente parlando, di essere stato un ragazzo che ha coltivato il suo sogno e ha seguito la sua passione. Grazie a questa è riuscito ad ottenere quello che voleva fin da piccolino con umiltà e disciplina, seguendo le regole e ascoltando i propri familiari che sono stati per lui (cioè per me) le persone più importanti come riferimento perché i valori che mi hanno insegnato i miei genitori sono i valori che ho, poi, ritrovato nello sport. Credo di essere un ragazzo normale, tra alti e bassi, con pregi e difetti come tutti, con la differenza che ho avuto un riconoscimento importantissimo con il risultato di Atene che è un valore aggiunto per definire il sottoscritto come un ragazzo felice sotto ogni punto di vista.”

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Flavia Capoano

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