Il voto (f)utile

Per fortuna, nonostante da qualche parte ancora venga invocato (Berlusconi dal Palazzo dei Congressi a Roma), sono venuti meno gli appelli al voto utile, altare sul quale si sono sacrificati tutti i valori e i propositi, e forse pure la coscienza, di quella che avrebbe potuto essere la gestazione di una sinistra culturalmente ricca e vivace. Già perché adesso che il Partito Democratico non è più l’unica alternativa al galoppare del cavaliere e dei suoi alleati non c’è più utile che tenga, ed esso si scopre per quello che è: un autentico bordello, erede illustre di non sa più che cosa, che non si capisce dove vada ma si vede bene, da una prospettiva di sinistra, i danni che fa.

Con un gusto un po’ sadico si può dire che il grande merito di Grillo è quello di aver tolto al PD le castagne dal fuoco: proprio quando, dopo anni di compromessi e sacrifici, e falcidie a sinistra e al centro, poteva conquistare il ruolo di maggioranza torbida ma autentica, è arrivato uno, pagliaccio per giunta, che in un colpo solo gli ha soffiato il 20% e adesso forse anche il primato. Sono bei grattacapi da digerire. Però è proprio l’unica cosa di cui si può godere, perché per il resto lo scenario è desolante.

Le europee sono diventate l’arena indecente dove i capipopolo si sfidano a vicenda, l’imbastardimento del linguaggio è ormai al di là di qualsiasi anche velleitario discorso qualitativo: ormai i contenuti sono totalmente avulsi dalla questione, e anche dalle rivendicazioni, perché se Grillo dice vinciamo noi, quell’altro gli risponde no ma guarda che vinciamo noi, e quello ancora promette che vincerà nonostante i giudici. Perché ciò che conta è solo vincere ora, per poi vincere ancora. La gara allora diventa a chi intanto ha la banda più grossa: noi in piazza siamo di più fa il primo, ah no col cavolo! Siamo più noi! ribatte il secondo, e il terzo con queste cose ci va a nozze, lui alle bande offre la trasferta gratis.

Per una volta però non è colpa solo dei partiti e dei politici, ma anche dei popoli che si riconoscono in simili capi, e di quelli che vanno a votare come si va al supermercato, si sorbiscono i telegiornali come le pubblicità e vedono chi è che questa volta gli fa l’offerta migliore. I discorsi di valore, fondati sulle idee, le appartenenze e i percorsi delle volontà collettive, sono appannaggio dei fenomeni di nicchia e di quei pochi che li stanno ad ascoltare e seguono più i programmi dei proclami: non vinceranno, ma almeno daranno una speranza.

Allora il voto diventa qualcosa di tragicamente futile, perché dovrebbe essere quel gesto attraverso il quale la nostra identità individuale entra a far parte di un discorso collettivo, di un’anima più grande, di un corpo che cammina nella storia; e se invece non rispecchia alcuna appartenenza ma solo una mera convenienza, un qualcosa di costume, un giocare a fare il fan, o un esclusivo andare contro, esso non è più davvero utile a nessuno, men che meno a chi lo esprime. È una cosa inutile, che in quanto tale rivela benissimo la qualità politica delle nostre vite, anche di quelle di chi ha risolto non votando più, senza porsi troppo il problema di come riconquistarsi questo diritto tanto caro e a volte tanto amaro.

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Aurelio Lentini

Laureato in Scienze Storiche presso L'università Statale degli Studi di Milano, oggi conduce una piccola libreria online, collabora con varie testate online, scrive, e tenta di venire a capo del mondo prima che il mondo venga a capo di lui.

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