Sanremo 2015: il Festival della (giusta?) misura

Tutti cantano Sanremo? Forse. In ogni caso, tutti ne parlano e quasi un telespettatore italiano su due, anche ieri, lo ha visto. E allora, adesso che la seconda serata è trascorsa, che tutte le 20 canzoni dei big in gara sono state ascoltate e la metà delle nuove proposte si è esibita, iniziamo a riflettere su questa 65esima edizione del Festival sanremese. Chi vi scrive era pronta a liquidare lo spettacolo visto fino ad ora come noioso, monotono ed eccessivamente sobrio perché è questa la percezione che chi vi si scrive ha avuto. Eppure, dopo due giornate passate per strada, sugli autobus, al lavoro, al bar, al supermercato, sentendo i discorsi e i commenti di chi queste prime due serate le ha viste – forse un po’ distrattamente mangiando e sparecchiando la tavola, con un libro davanti, riordinando la stanza, parlando al telefono o in varie faccende affaccendate – dopo questo, chi vi scrive, vacilla su ciò che aveva pensato. Perché questo Festival di Sanremo, per qualche motivo, sta piacendo. Perché questo Festival di Sanremo, a molti, non sembra poi così tanto noioso, monotono ed eccessivamente sobrio.

Cerchiamo allora di capire quale sia la vincente “formula Conti”. Iniziamo proprio da lui: Carlo Conti, in queste ultime 48 ore, è stato semplicemente uguale a se stesso. Nessuna variazione di tono sul palco più importante che abbia mai calcato, nessuna uscita fuori dai suoi schemi, nessun desiderio di osare; ha saputo mantenere un’identità creata negli anni, evitando un disorientare pericolosamente il suo pubblico, in perfetto stile Pippo Baudo. Più complessa la questione vallette. Le critiche a riguardo non sono mancate. Bersaglio prescelto dalle malelingue sembrava, in un primo momento, essere lei, Rocio Muñoz Morales, toccata dalla poco lusinghiera accusa di essere stata scelta solo perché fidanzata con il ben più famoso Raul Bova. Tuttavia alla bella spagnola – che solo ora gli italiani scoprono di dover chiamare Rosìo e non Ròcio – sono bastati 2 minuti sul palco dell’Ariston per superare questo pregiudizio ed omologarsi alle più celebri vallette del passato sanremese ed essere nominata solo perché bella, elegante e assolutamente inutile. Risulta inoltre difficile credere che, per il Festival della canzone italiana, Conti non sia riuscito a trovare una presenza ugualmente inutile tra le bellezze italiane, giusto per far salire sul palco qualcuna che avesse idea di cosa esattamente significhi la storica kermesse. E mentre in patria è famosa come ballerina, a Sanremo è riuscita a mostrare la sua arte per 20 secondi in 8 ore di diretta complessiva. Più ingiusti gli attacchi rivolti alle altre due compagne di viaggio di Conti. La scelta di essere affiancato dalle ultime due vincitrici del Festival è stata coraggiosa, sensata e, visti i due personaggi, fortunata. Forse non saranno delle icone di stile, ma Emma e Arisa almeno hanno un talento, sono lì per un motivo, masticano musica e sono molto più simpatiche e spontanee di parecchie altre donne dello spettacolo. Anche nel loro caso, però, farle cantare per 5 minuti in due giorni è stato oggettivamente uno spreco.

SanremoSulle canzoni la faccenda si complica. Orecchiabili molte, canticchiabili abbastanza, futuri tormentoni radiofonici alcuni, indimenticabili destinate a diventare “storiche” probabilmente nessuna. Da Conti, sul fronte musicale, ci si poteva aspettare di più. Delle giovani proposte passano in semifinale le due più banali e scontate. Tra i big – e si scandalizzino pure gli intellettualoidi e sofisticati – l’unica interpretazione che spicca nella mischia dei soliti turbamenti e dichiarazioni d’amore è quella del duo comico Biggio e Mandelli (ovviamente già a rischio eliminazione) che, con la loro Vita d’inferno, finalmente cantano ciò che tutti pensano ma nessuno ha il coraggio di ammettere: la vita è un gran macello e a saperlo ce ne restavamo tutti nell’utero materno. Per il resto si oscilla tra artisti semi sconosciuti o conosciuti solo da chi ha un adolescente in casa, ai grandi del passato festivaliero che però, ultimata l’esibizione, fanno più venir voglia di andare su Youtube per ascoltare uno dei loro successi che di riascoltare quanto appena sentito.

10 e lode meritato a Conti per gli ospiti. Internazionali e non, la scelta degli inviti segue una logica precisa che evidentemente il conduttore aveva ben chiara e che oscilla tra musica e sociale; bocciatissima la regia, soffocante e claustrofobica che, privilegiando i primi piani, annienta la percezione della grandezza del palco, del teatro e dell’evento. Allora lo spettacolo è noioso, monotono ed eccessivamente sobrio o forse semplicemente calibrato tra forma e contenuto e piace per questo. E, mentre l’Ariston si avvia a percorrere il viale dei ricordi con la serata dedicata alle cover dei grandi successi e arriva al giro di boa verso la finale, esaminando gli elementi visti fino ad ora una cosa è evidente: questo è il Festival della misura. Che per alcuni sia giusta e per altri no è un altro discorso.

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