Griezmann eroe, la Francia va in finale

Si legge Francia ma si dice Griezmann. A oggi la nazionale di Deschamps è lui. Sei gol e due assist in sei partite hanno regalato alla squadra transalpina la finale di Euro 2016 a distanza di sedici anni dall’ultima continentale e domenica se la vedranno contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. Da favoriti a questo punto. Perché padroni di casa, perché ieri sera hanno battuto con un netto 2-0 la Germania di Loew, ma soprattutto perché hanno Griezmann, il vero crack di questi Europei.

L’eroe Griezmann

Tutti in patria lo chiamano Petit Diable (il piccolo diavolo), ma lui preferisce un altro soprannome, Grizou, per la sua assonanza con Zizou, il soprannome del campione a cui si ispirava da piccolo: Zinedine Zidane. Incantava fin da piccolo Grizou, ma veniva regolarmente scartato in tutti i provini. Per colpa del suo fisico, così esile. Troppo piccolo, dicevano. Appunto, dicevano. Ora non lo dirà più nessuno dopo la doppietta rifilata alla grande Germania Campione del Mondo. Antoine si è fatto grande e, da solo, ha trascinato la sua Francia fino all’atto finale di questi Europei.

Ma un altro grande merito va dato a Didier Deschamps, forse il vero segreto dei Blues. Meriti che partono da lontano, dalle contestate convocazioni di fine maggio. Il CT francese ha lasciato a casa Benzema, per la nota vicenda extracalcistica, attirandosi le ire dei tanti estimatori della punta del Real Madrid. Ha totalmente ignorato le speranze di un ritorno in nazionale di Ribery ma soprattutto ha depurato la rosa da ogni possibile bad boy per ridurre al minimo ogni possibile dissidio interno che da sempre sembrava il vero tallone d’Achille della nazionale transalpina. Un po’ in stile Conte: gruppo unito, capace di andare oltre i propri limiti. Solo con un Griezmann in più.

Germania: cosa è successo?

E dall’altra parte? Cosa è successo alla nazionale di Loew? Perché i tedeschi hanno perso con un netto 2-0? La risposta è semplice. I campioni del mondo avevano già dato qualche segnale preoccupante: tanto gioco, infinito possesso ma poco incisivi in attacco. Alcune crepe si erano già viste nello 0-0 con la Polonia e soprattutto ai quarti con l’Italia. Ieri sera si è rivista una Germania vestita coi suoi abiti tradizionali, ma ha pagato a carissimo prezzo non avere un bomber d’area di rigore e l’ingenuità di Schweinsteiger. Il “mani” folle in area di rigore alla fine del primo ha indirizzato una partita che i tedeschi avevano in mano. Subire lo svantaggio è stata una mazzata. Da quel momento, quanto di bello fatto vedere nei primi 45 minuti, è come svanito. La Francia dal canto suo ha continuato a macinare gioco e contropiede, solo con un gol di vantaggio che ha regalato una tranquillità sfociata poi nel definitivo 2-0.

LoewE ora in casa tedesca è tornato tutto in discussione. A fine partita Loew ha recriminato sulla sconfitta: “Abbiamo dominato ma siamo fuori. La fortuna ci ha voltato le spalle. La Francia aveva paura in campo, avremmo meritato di passare in vantaggio, ma i gol non sono arrivati”. E ora il futuro è un grande punto di domanda. La Bild stamattina ha titolato con un eloquente “Jogi lascia il suo futuro aperto“, sottolineando come la posizione del CT non sia più così salda come si pensava a inizio manifestazione. Ora toccherà vedere cosa decideranno l’allenatore e la federazione. Certo le colpe non sono solo sue, ma è indubbio come il 2-0 rifilato dalla Francia alla sua squadra sia stata anche una lezione tattica di Deschamps.

Di contro c’è un CT finalmente amato anche in Francia. Didier Deschamps centra una delle vittorie più importanti della sua carriera di allenatore, che mette fine a un vero e proprio tabù tedesco per i Bleus. 58 anni dopo l’ultima vittoria ufficiale dei Galletti. E lo fa nella “sua” città, in quella Marsiglia dove ha vinto una Coppa Campioni da giocatore, e un campionato da allenatore. Ora manca il sigillo finale. Manca la partita di Saint-Denis di domenica. C’è Cristiano Ronaldo, ma Didier ha Griezmann e nulla sembra essergli precluso.

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Marco Juric

si avvicina al calcio giocato, e alla Roma, grazie alla chioma fluente di Giovanni Cervone. Non contento, pur rimanendo folgorato dalla prima autobiografia di Roy Keane, non si innamora del Manchester United, ma del Nottingham Forest. Dopo i primi trent’anni di osservazione partecipante, ha quindi deciso di passare gli altri trenta che gli rimangono a scriverne.