“Donna sbranata e uccisa dal suo cane”. Quando il bisogno di visibilità supera quello della verità

La scioccante notizia di una donna “sbranata” e uccisa da un cane che aveva adottato da pochi mesi, in poche ore ha fatto il giro del web, è rimbalzata dalle agenzie di stampa ai maggiori quotidiani nazionali, provocando reazioni di ogni tipo: da chi ha condannato l’indole aggressiva di alcune razze di cane raccomandandone la non adozione a chi invece ha colpevolizzato la donna per aver accolto un cane di grossa taglia che, vista l’età avanzata e l’accaduto, era stata incapace di gestire. Centinaia e centinaia di commenti, qualcuno di cordoglio, ma molti pieni di odio fomentati da un titolo ad effetto, studiato ad hoc per incuriosire il lettore, inorridirlo e spingerlo a leggere l’articolo per intero. Fin qui tutto sembrerebbe rientrare nella norma dell’odierno giornalismo, fatto di notizie lanciate sui social con titoli sensazionali che rimandano direttamente alla rivista o al quotidiano di riferimento, se non fosse che in questo caso un familiare della vittima si è scagliato contro l’autore del pezzo e la sua testata giornalistica accusandolo di aver manipolato la notizia di una morte accidentale, solo per ottenere più visibilità e alimentare l’odio senza senso verso una specifica razza di cani.

Ad aggiungere il suo commento di disappunto al post lanciato direttamente dalla pagina social de Il Messaggero che aveva pubblicato la notizia, è stata Bea Binaghi, nipote della donna di 88 anni che nei giorni scorsi era stata trovata morta nella sua casa di Poggio Catino in provincia di Rieti insieme al suo cane molto agitato, tragico evento che aveva dato luogo al titolone ad effetto “Donna sbranata e uccisa dal cane che aveva adottato” con le conseguenti numerose visualizzazioni e migliaia di condivisioni. Nell’articolo il giornalista spiegava che la donna era stata “azzannata al collo e deceduta per dissanguamento”, che “l’animale ha morso con violenza la padrona fino al punto di provocare il distacco, l’una dall’altra, di alcune vertebre”. La nipote dell’anziana signora ci ha tenuto invece a precisare che sua nonna sarebbe deceduta “per una caduta, forse provocata da un malore” e avrebbe poi battuto la testa. All’arrivo dei carabinieri il cane che si trovava in casa con lei si sarebbe agitato e “forse per proteggerla le è saltato sopra cercando di spostarla”. Una versione dunque completamente diversa da quella del giornalista che sembra conoscere prima dei familiari l’esito dell’esame autoptico e delle indagini tuttora in corso. Dopo il commento e la minaccia di querela il pezzo è stato prontamente modificato e arricchito di frasi come “da chiarire con esattezza le cause della morte”.

Resta tuttavia un episodio che fa tristemente riflettere sulla deriva dell’attività giornalistica che negli ultimi tempi sembra ricorrere ad ogni mezzo, anche alla manipolazione delle notizie quando non a vere e proprie bufale, per ottenere visibilità e qualche click in più, con la conseguenza di un’informazione di qualità sempre più infima e un giornalismo completamente snaturato dalla sua stessa funzione. La necessità di rispondere ai ritmi del web che vive di visibilità, giornalisti sotto retribuiti ai quali non viene data la possibilità di approfondimento e una deontologia della professione praticamente scomparsa, hanno portato a questo: a una cattiva informazione, a giornalisti considerati solo “ciarlatani” e a un giornalismo che somiglia più a un calderone di gossip e notizie sensazionali che a quel Quarto potere di vitale importanza per uno Stato democratico. La deriva di un certo modo di fare informazione sembra obbligarci a dimenticare la serietà delle inchieste alla Spotlight e quel lavoro intellettuale fondamentale, garante di una “società e un convivere civile migliori”. Le maggiori testate giornalistiche nel mondo come il New York Times hanno capito da tempo che la grande mole di notizie accompagnata da una bassa qualità dell’informazione non ripaga e stanno puntando su un giornalismo fatto di meno news, ma con più approfondimenti e qualità, riscontrando una risposta molto positiva dei lettori che hanno dimostrato di essere disposti anche a pagare volentieri un abbonamento per un’informazione seria e di qualità piuttosto che reperire gratis nel marasma del web notizie non verificate, mal scritte e per nulla approfondite. Non tutto è perduto, giornalisti di tutto il mondo unitevi, una rinascita è necessaria e deve partire da qui.

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@vale_gallinari

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Valentina Gallinari

Nata in una città di mare, da quando vive a Roma si domanda se la presenza dei gabbiani in giro per il centro, sia l'inequivocabile presagio della fine del mondo...Laureata in storia dell'arte, ama la fotografia, le vecchie polaroid, il cinema e il mercato di Testaccio di sabato mattina. Aspirante giornalista, trascorre il suo tempo tra gatti e mostre fotografiche, ma soprattutto a sperare che questo sogno diventi realtà.