Al Tufello un murales per Stefano Cucchi. Ma chi sono gli altri?

Lo street artist Harry Greb ha realizzato un murales nel quartiere Tufello di Roma per l’anniversario della morte di Stefano Cucchi. La didascalia pubblicata sul profilo instagram dello street Artist riporta “Stefano e gli altri. Per non dimenticare”. Nel murales, infatti, Stefano indossa due guantoni con scritte le parole Aequitas e Justitia e una t-shirt bianca con i nomi di altri giovani morti nelle carceri italiane, o durante fermi da parte delle forze dell’ordine.

Ma chi sono “gli altri”?

cucchi murales

Gabriele Sandri: nato a Roma il 23 settembre 1981. ”Gabbo” era un disc jockey tifoso della Lazio e proprietario di un negozio di abbigliamento in zona Balduina. La mattina dell’11 novembre 2007 Sandri e altri quattro amici si trovavano sull’A1, diretti a Milano per assistere all’incontro di calcio tra Inter e Lazio. Si fermarono all’area di servizio “Badia al Pino” all’altezza di Arezzo per attendere l’arrivo di altri amici. Entrarono in contatto con alcuni tifosi della Juventus e scoppiò una rissa. Una pattuglia della Polizia Stradale che si trovava sul lato opposto della carreggiata si portò a bordo strada; mentre il gruppo di Sandri risaliva in auto e si accingeva a ripartire, l’agente Luigi Spaccarotella –secondo la sua testimonianza convinto che i cinque stessero scappando in seguito ad una rapina– sparò due colpi di pistola: il secondo proiettile centrò il collo di Sandri seduto al centro del sedile posteriore. I compagni di viaggio di Gabriele, rendendosi subito conto delle condizioni gravi in cui versava il ragazzo, si fermarono in un’altra area di servizio pochi km più avanti. Quando l’ambulanza arrivò sul posto Sandri era già deceduto.

Federico Aldovrandi: studente ferrarese deceduto il 25 settembre 2005 a seguito di un controllo di polizia. La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi si fece lasciare dagli amici in una via vicino a casa per tornare a piedi dopo aver trascorso la serata in un locale bolognese. Federico aveva assunto sostanze stupefacenti e alcool, ai testimoni, appariva comunque tranquillo. Federico viene fermato da una pattuglia, con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri che descrivono il ragazzo come un “invasato violento in evidente stato di agitazione”, dichiarando di “essere stati aggrediti dallo stesso a colpi di karate e senza un motivo apparente”. Dopo poco tempo arriva in aiuto una seconda volante, con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e Federico è stato così violento da far spezzare due manganelli, portando il ragazzo alla morte per “asfissia da posizione”, con il torace schiacciato sull’asfalto dalle ginocchia dei poliziotti. All’arrivo sul posto il personale del 118 trova il paziente “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena […] era incosciente e non rispondeva”. La famiglia venne avvertita solamente alle 11 del mattino. Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti furono condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”, ma nessuno dei quattro condannati, grazie all’indulto varato nel 2006, ha scontato la propria pena.

Giuseppe Uva: 43 anni, artigiano di Varese. Venne fermato la notte del 14 giugno 2008 insieme ad un suo amico, Albertomurales cucchi Biggiogero, mentre erano in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Due carabinieri li fermarono per chiedere le generalità, Uva si rifiutò di fornire i documenti e iniziò a urlare in piena notte minacciando un residente che era sveglio e prendendo a calci e pugni il portone d’ingresso. Venne ammanettato, nello stesso momento, arrivarono due volanti della polizia: i due furono portati in caserma dove Uva fu trattenuto per diverse ore e, secondo Alberto Biggiogero fu vittima di pestaggio dopo il quale venne trasferito presso l’ospedale di Varese dove, la mattina successiva, morì per arresto cardiaco.

Aldo Bianzino: falegname vercellese di 44 anni, pacifista con la passione per le le filosofie orientali. Nel 2007, a seguito di una perquisizione e al ritrovamento da parte delle forse dell’ordine di alcune piantine di marijuana, Aldo Bianzino e la sua compagna furono condotti in carcere. Bianzino si era subito assunto la responsabilità per la cannabis coltivata per uso personale nell’orto di casa. Durante la notte Aldo chiese aiuto, altri detenuti durante il processo hanno testimoniato di aver sentito le sue urla, ma la guardia carceraria gli ha intimato di stare zitto, perché il medico sarebbe arrivato solo il giorno seguente. Alle sette di mattina è stato ritrovato il corpo senza vita del falegname, alle 8.30 è stato constatato il decesso. Una prima perizia fatta da un medico legale di parte aveva rilevato sul cadavere ematomi cerebrali e danni al fegato che sembravano incompatibili con un semplice malore. L’ipotesi del medico fu quella di un pestaggio fatto con tecniche militari usate per danneggiare gli organi vitali senza lasciare tracce. Ma la procura non accolse questa ricostruzione e archiviò l’indagine per omicidio. La compagna di Aldo venne interrogata mentre l’uomo era già morto, ma le venne comunicato l’avvenuto decesso solo 48 ore dopo.



murales cucchiRiccardo Rasman: trentaquattrenne disabile psichico di Trieste. Il 27 ottobre 2006 Riccardo Rasman si trovava nel suo appartamento. Secondo la ricostruzione Rasman stava ascoltando musica ad alto volume e, dopo essere uscito nudo sul balcone, lanciò due petardi nel cortile dello stabile. Rasman era affetto da una sindrome schizofrenica paranoide causata da episodi di nonnismo subiti durante il servizio militare. In seguito a una segnalazione giunsero sul posto due volanti. Rasman inizialmente si rifiutò di aprire agli agenti, intimorito forse in seguito a un’altra colluttazione con le forze dell’ordine risalente al 1999, a cui era seguita una denuncia nei confronti di due agenti da parte di Rasman. Dopo l’arrivo dei Vigili del Fuoco gli agenti di polizia fecero irruzione nella casa trovando Rasman seduto sul letto. Dopo un’accesa colluttazione Rasman fu immobilizzato a terra, ammanettato dietro la schiena e legato alle caviglie con del filo di ferro. Dopo l’immobilizzazione, nonostante fosse ammanettato ed inerme, gli agenti continuarono a tenerlo in posizione prona. Rasman iniziò a respirare affannosamente, fino a divenire cianotico e a subire un arresto respiratorio. All’arrivo dell’ambulanza ne fu constatato il decesso. Rasman venne trovato ammanettato con le mani dietro la schiena e le caviglie immobilizzate dal filo di ferro, e mostrava gravi ferite e segni di imbavagliamento. Nonostante l’uomo fosse immobilizzato, gli agenti esercitarono “sul tronco, sia salendogli insieme o alternativamente sulla schiena, sia premendo con le ginocchia, un’eccessiva pressione che ne riduceva gravemente le capacità respiratorie”, causando la morte per asfissia. Secondo dichiarazioni della sorella il corpo di Riccardo “era martoriato di botte sul viso, gli avevano rotto lo zigomo. Poi c’era il segno dell’imbavagliamento, sangue dalle orecchie, dal naso, dalla bocca, si vede proprio molto bene […]. Noi siamo entrati in quell’appartamento soltanto in marzo, era un disastro: c’era sangue dappertutto e una chiazza di sangue verso la cucina. Poi dalle fotografie mi sono resa conto che l’hanno spostato con la testa verso l’entrata così da nascondere la chiazza di sangue che c’era lì. C’era una frattura, i capelli erano tutti pieni di sangue, c’era una frattura anche dietro il collo. C’era sangue sul tavolo, sui muri, sulle lenzuola, dietro il letto per terra, c’erano chiazze di sangue sul tappeto sotto il quale abbiamo trovato persino dei pezzi di carne nascosti”.

Giulio Comuzzi: 24 anni, muore suicida il 28 febbraio 2007 in un Centro di riabilitazione mentale di Trieste. Secondo il padre, parte di responsabilità per il gesto del figlio sarebbero imputabili ai medici che lo avevano in cura per un problema psichiatrico.

Manuel Eliantonio: 22 anni, muore il 25 luglio 2008, nel carcere Marassi di Genova, coperto di lividi e di segni di violenze,cucchi murales ufficialmente dopo aver inalato del gas butano. Stava scontando una condanna a 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Prima del decesso aveva scritto una lettera alla madre: “Qui in carcere mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci, mi ricattano. Sto male”.

Marcello Lonzi: 29 anni, muore l’11 luglio 2003 nel carcere di Livorno. Marcello Lonzi aveva il volto gonfio e il corpo martoriato. Le foto ritraggono il ragazzo nudo in una pozza di sangue, ma secondo la verità giudiziaria sarebbe morto per un infarto.

Stefano Consiglio: 16 anni, Palermo. Il 12 aprile 1989 Consiglio fu ucciso da un colpo di Beretta 92F, esploso da un agente di polizia che lo aveva inseguito per le vie di un quartiere di Palermo, dopo averlo visto rubare un’autoradio. Il poliziotto fu arrestato per l’assassinio di un minorenne.

Stefano Frapporti: morto suicida il 21 luglio 2009 nel carcere di Rovereto. Era un muratore, il 21 luglio 2009 mentre si trovava in giro in bicicletta venne fermato da due carabinieri in borghese per un’infrazione stradale. I militari che si trovano sul posto per indagare su un presunto spaccio di droga in un bar lì vicino devono aver scambiato Stefano per uno del giro. In seguito a una sommaria perquisizione si scopre che Stefano addosso non ha nulla ma a quanto pare avrebbe confessato spontaneamente di detenere nella sua abitazione una piccola quantità di hashish. Condotto in carcere risulta che Stefano abbia firmato un documento con cui rinunciava ad avvertire i suoi familiari dell’avvenuto arresto. All’ingresso in carcere, intorno alle 23,30 alcuni poliziotti penitenziari lo descrivono tranquillo e scherzoso; poche ore dopo verrà trovato impiccato nella sua cella.

unnamed-3Simone La Penna: 32 anni, muore il 25 novembre 2009 nel carcere di Regina Coeli (Rm). Era in carcere per reati legati alla droga e soffriva di un’anoressia nervosa che gli aveva fatto perdere oltre 20 chili di peso in due mesi. Occasionalmente La Penna era stato visitato anche al Pertini. Lo stato di salute del detenuto non era compatibile con la presenza nella struttura medica del carcere.

Katiuscia Favero: 30 anni, il 16 novembre 2005 viene ritrovata impiccata con un lenzuolo ad una recinzione, nel giardino interno dell’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn). Arrestata per una rapina, era affetta da epilessia. Un’impiccagione «atipica» la etichettò il medico legale: i piedi di Katiuscia non toccavano terra e, come ha raccontato sua madre Patrizia “la parte posteriore dei pantaloni della tuta era tutta strisciata di verde, come se fosse stata trascinata nell’erba, mentre le suole delle scarpe erano pulite”. Katiuscia aveva raccontato più volte a sua madre episodi di maltrattamenti.

Aldo Scardella: protagonista di un clamoroso errore giudiziario. Arrestato il 29 dicembre 1985, dopo una rapina in un market nel corso della quale perse la vita il titolare del negozio. Dieci anni dopo la sua morte, nel 1996, altre persone sono state condannate per quella rapina e quell’omicidio. Aldo era stato arrestato sulla base di sospetti infondati e messo in isolamento dove si è tolto la vita prima di esere processato.

Giuliano Dragutinovic: 24 anni, muore il 7 marzo 2009 nel carcere di Velletri. Sembra si sia ucciso impiccandosi, ma tante sarebbero le incongruenze che portano i suoi famigliari a dubitare di questa versione. Permisero alla sorella di vedere il corpo tre giorni dopo, senza aver fatto nemmeno il riconoscimento e solo dopo l’autopsia. Quando la sorella vide il corpo era irriconoscibile: pieno di tagli, graffi con le dita rotte in più punti. La parte destra della faccia era ricoperta di lividi, compreso l’orecchio nel quale si trovava anche dell’intonaco.

Riccardo Boccaletti: 38 anni, muore il 24 luglio 2007 nel carcere di Velletri. Detenuto in attesa di giudizio per reati legati alla droga. Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi. Nonostante le precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono stati attuati interventi specialistici che il grave quadro clinico avrebbe richiesto.

Stefano Cucchi: data del decesso 22 ottobre 2009.
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Amira Abdel Shahid Ahmed Ibrahim

Amira Abd El Shahid Ahmed Ibrahim è nata a Roma, nonostante il nome che sembra uscito da un documentario di Super Quark e il cognome così lungo da convincere il funzionario dell’anagrafe a cambiare mestiere il giorno in cui è venuta alla luce possano depistare circa il suo luogo di nascita. Nata sotto il segno dei pesci è una meticcia: metà del sangue che le scorre nelle vene è arabo. Condivide la sua dimora con due gatti grassi, predilige alla maggior parte delle persone i quadrupedi che non hanno il dono della parola, ma all’occorrenza si adatta a interagire con il genere umano. Dopo la cucina, arte nella quale si diletta spesso per rendere chi la circonda una persona più felice e l’arricciarsi i capelli, Amira ha anche degli hobbies che implicano l’uso del suo quoziente intellettivo come: leggere e scrivere. Due funzioni di elementare apprendimento che lei svolge con grande passione. Collabora con il quotidiano on-line Lineadiretta24 dal novembre 2013. Caporedattrice della rubrica di viaggi dal 2016. Leggermente sindacalista dentro odia le ingiustizie che “affollano” il pianeta. Conta di cambiare il mondo un giorno, o di conquistarlo.