Governo Draghi, i tempi si allungano

L’impatto di Draghi sul sistema politico italiano è tale che il suo assorbimento potrebbe richiedere più del previsto

Si allungano i tempi per la nascita del Governo Draghi: la salita al Colle era stata inizialmente prevista per giovedì o venerdì.

Il Premier incaricato, dopo aver incontrato i partiti in due diversi giri di consultazioni, ha voluto estendere le audizioni anche alle parti sociali: non solo sindacati e Confindustria, ma anche associazioni ambientaliste, enti locali, terzo settore. Una platea molto ampia, a sottolineare che il consenso necessario a un “governo di unità nazionale” deve essere davvero straordinario. Magari per avere maggiore sostegno esterno, utile in caso qualche gruppo parlamentare dovesse fare le bizze. Con oggi le consultazioni sono chiuse, ma il Movimento Cinque Stelle dovrà consultare la piattaforma Rousseau e qualche patema d’animo tra i partiti che dovranno collaborare ‘contro natura’ potrebbero richiedere ancora qualche giorno di decantazione.

Ma cosa farà il governo Draghi e quale sarà il suo programma?

L’ex Governatore della BCE è stato finora abbottonatissimo. Sappiamo bene cosa gli interlocutori via via gli hanno chiesto, perché si sono affannati a comunicarlo ai media – in altri tempi si sarebbe detto che hanno tentato di ‘tirarlo per la giacchetta’.  Ma anche se qualcuno è sembrato dimenticarlo, questi di tempi sono straordinari; una vera emergenza. Le carte le darà Draghi, che in questa fase si è limitato a prendere nota di proposte, ma anche di veti incrociati, richieste azzardate, consigli non richiesti, dossier accettati per pura cortesia istituzionale.

Alcune cose però le sappiamo. Sulla riforma fiscale, che sarà ‘progressiva’, quindi niente flat tax cara alla Lega (forse è la cosa più definita che sia filtrata, finora). Che potrebbe esserci un Ministero per la Transizione Ecologica, che vuol dire molto di più di Ambiente: una delega di grande trasversalità che impatta su energia, trasporti, protezione civile e che denota la centralità del tema nell’agenda di governo. Uno stile probabilmente concertativo con i cosiddetti corpi intermedi della società, cioè tutti quegli attori collettivi che rappresentano interessi diffusi, altro che ‘disintermediazione’. E poi, spigolature: per esempio, che si dovrà forse andare a scuola fino a fine giugno per recuperare le lezioni, cose così, non molto di più. Per il resto bisogna ancora aspettare.

Ma la vera novità è che nell’inefficiente assetto politico italiano – inefficiente perché instabile, non per giudizio di merito – l’arrivo di Draghi ha causato un vero e proprio terremoto. Da tempo gli schieramenti si contrapponevano in base a schemi per lo più fittizi. Centrodestra contro centrosinistra, poi con la variante grillina, dopo la fine della legge maggioritaria e con l’arrivo del proporzionale in versione Porcellum e Rosatellum, sono rimasti contenitori semivuoti. Tant’è che si è passati con una certa disinvoltura dal governo gialloverde a quello giallorosso, mentre in Europa a votare Von der Leyen è stato un’altra aggregazione ancora, la cosiddetta coalizione “Ursula”: socialisti, liberali, popolari con il decisivo aiuto dei grillini.

Scissioni e riposizionamenti, avvenuti nei partiti sulla base di eventi contingenti, ora mostrano la corda. Formazioni politiche che si erano giurate odio eterno e che mai più avrebbero collaborato, che hanno provato a dire a Draghi: se c’è quello non ci sono io. Ora dovranno sedere tutti allo stesso tavolo.

Lui, il Draghi, non potrà certo fare l’impossibile. Ma se riuscirà a consegnare a Bruxelles un Recovery Plan decente; a rendere il Paese ragionevolmente in grado di spendere i 209 miliardi con qualche aggiustamento sul sistema della giustizia, sul codice degli appalti, sulla pubblica amministrazione; se avrà portato a termine la campagna vaccinale senza troppi intoppi, e se riuscirà a venir fuori dalla fase emergenziale dei sussidi alle attività economiche, allora avrà fatto molto più di un miracolo. Tanto da meritarsi un premio già qui in terra. Chissà, magari sul Colle più alto.

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Sergio Celestino

Sergio Celestino è nato a Torino da qualche anno. E' cresciuto al mare, ma anche a Seattle, Brugge, Anversa e Firenze; ora vive nei pressi di un'antica città etrusca, vicino Roma, e non ha gatti. Viaggia con lo zaino per tenere mente aperta e braccia libere, dice. Da piccolo era biondo ma ora è architetto; tuttora del capricorno, è a tempo pieno camminatore e luogologo.