Uno schiaffo al Centro Popolare antiviolenza

Locali poi rivenduti a terzi, senza che il Municipio VI fosse in grado di offrire all’organizzazione una collocazione alternativa. <<Più volte in questi anni abbiamo tentato di sensibilizzare le istituzioni locali municipali sul reale rischio dello sfratto che avrebbe di fatto sancito la fine delle nostre attività a Tor Bella Monaca. Nelle stesse occasioni – inutilmente – abbiamo cercato una collaborazione diretta delle istituzioni sulle varie attività del Centro, tramite la concessione di un locale comunale del quale ci siamo impegnati a pagarne le spese vive, ottenendo in cambio un umiliante e urlante silenzio, e tanta indifferenza>> dichiara la fondatrice Stefania Catallo. Un silenzio che addolora, quello mediatico, ma soprattutto istituzionale, perché da quel maggio 2011 in cui la struttura venne inaugurata, <<sono stati raggiunti alcuni importanti obiettivi. Primo fra tutti: rendere accessibile a tutti l’ascolto e il supporto psicologico abbattendo drasticamente le liste d’attesa e i costi elevati. In appena due anni il Cespp è diventata una realtà ben radicata nel tessuto sociale di Tor Bella Monaca, e questo è stato possibile portando avanti un lavoro in condizioni di totale autofinanziamento e autogestione, mirato anche e soprattutto sulle donne vittime di violenze. Queste donne, umiliate e sbandate, che non sapevano con quali istituzioni parlare e quale percorso intraprendere, hanno trovato ascolto ed accoglienza con e tramite il Cespp>>. Un esempio di integrazione e aggregazione quindi, che ha affiancato all’attività assistenziale seminari, tavole rotonde, laboratori teatrali, ospitando anche una sede dell’ Upter, l’ Università Popolare. L’attività di counselling – favorire lo sviluppo e l’utilizzazione delle potenzialità del cliente, aiutandolo a superare eventuali ostacoli contingenti – offerta dal Centro, si colloca attivamente in un campo di intervento temporaneo limitato al <<qui e ora>>, esulando dal trattamento di problemi più seri di psicopatologia, affidato invece alla psicologia. Grazie alla solidarietà e alla partecipazione attiva di volontari e professionisti come psicologi, psichiatri e un logopedista il Centro ha così costruito una valida e complessa alternativa per tanti cittadini che sarebbero altrimenti rimasti esclusi da questo tipo di servizio. Ora, però, la notizia della chiusura. <<Tutto questo accade quando da tutto il mondo sociale e politico si reclama la creazione di nuovi centri antiviolenza. E accade che la politica e le istituzioni locali permettano la chiusura di uno di questi centri. Questo non è solo uno schiaffo al nostro lavoro, ma alle centinaia di donne morte durante questi anni, e a tutte quelle che per loro fortuna sono ancora vive, grazie al lavoro di chi come noi cerca di fermarne la mattanza. Non è dunque nostra volontà interrompere il lavoro intrapreso nel 2011, è soltanto la triste realtà>> aggiunge in un comunicato la responsabile della struttura. 

Non siamo forse più in grado di cogliere e condividere i messaggi innovativi e utili, quando giungono attraverso esempi concreti e radicati sul territorio, invece che televisivi e sterili. Questa è la triste realtà: il pettegolezzo passa, la notizia si perde.
Ci stordiscono con il Femminicidio, diventato ormai un’ arma di patetico intrattenimento, in prima, seconda, terza serata. Ci sbandierano sotto gli occhi dieci, cento, mille nuovi manifesti contro la violenza. Volti noti che chiedono donazioni al numero tal dei tali. Poi scompare un centro autofinanziato fatto di gente comune, per gente comune. E il Comune sta a guardare. Comunicazione e denuncia sociale non faranno certo audience, ma fanno si la differenza. Nella vita reale, dove certe storie lasciano segni indelebili. Storie private ed inascoltate che non vanno a finire in televisione, ma trovano rifugio in un centro che offre ascolto e supporto, magari laico ed autofinanziato come il Cespp. Sempre che ne rimanga uno dove andare.

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arianna fraccon

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