TAP e la ragione dell’interesse superiore

TAP è l’acronimo per Trans Adriatic Pipeline, ovvero un nuovo gasdotto che partirà dal confine turco e attraverserà la Grecia e l’Albania per poi terminare in Salento. Qui si allaccerà alle strutture già esistenti in Italia. Il progetto ha ormai già qualche anno di vita ma solo da poche settimane è stato messo in pratica. Da qui nascono le forti proteste e le resistenze a cui stiamo assistendo. La situazione è in continua evoluzione ma quel che è certo è che, ancora una volta, queste “grandi opere” vengono calate dall’alto, senza nessuna possibilità per enti locali e cittadini di dire la propria in merito. Qui, come per la questione della TAV, il problema principale è come far coesistere l’interesse strategico generale con la salvaguardia del territorio, della salute e dell’economia locale.

tap percorso

Il tratto terrestre del progetto TAP in Italia è di appena 8km: una distanza risibile per una struttura lunga 550km in tutto. Eppure quegli 8 chilometri italiani passano per due comuni, attraversano 25 chilometri delle nostre acque territoriali e faranno sradicare 2000 ulivi salentini. Soprattutto, in questi otto chilometri di TAP vivono migliaia di cittadini, che qui hanno la propria casa e le proprie attività e che non sono mai stati consultati riguardo la possibilità di far passare sul proprio territorio un’autostrada del gas. Anzi, il fatto che molti di questi cittadini, insieme alle amministrazioni locali, dimostrino la propria ferma contrarietà al cantiere e all’opera, viene visto quasi come un atto di violenza verso una società (straniera).

 

Melendugno è il comune in provincia di Lecce dove sorge il cantiere principale di TAP. Qui sarà il punto di arrivo dell’intero gasdotto. Il sindaco del piccolo comune salentino, Marco Poti, è stato da sempre in prima fila nel contrastare il progetto del gasdotto. Lui, così come le amministrazioni provinciali e regionali, hanno sempre dato parere contrario alla realizzazione del progetto in quell’area e non solo per il problema degli ulivi. Perché, se non bastassero i 2000 ulivi, molti dei quali secolari, che dovranno essere spostati in favore di un’illusione di progresso, ci sono rischi per la salute stessa dei cittadini. La stessa società TAP lo ammette candidamente: esiste un rischio sanitario per chi vive in prossimità del cantiere. Un’altra ragione della protesta sta nell’economia del territorio che vive di turismo e di agricoltura. E vive anche e soprattutto grazie ai propri ulivi. Espiantarli in favore di un’opera che, di certo, non arricchirà i cittadini, vuol dire randellare sulla nuca un equilibrio economico già precario.

 

La forza e l’interesse superiore stanno prendendo, nuovamente, il sopravvento. A nulla è servita la placida tregua tra il comune e la società TAP che per qualche giorno aveva mitigato le proteste. Le forze dell’ordine, nell’ordine delle centinaia, sono tornate a presidiare il cantiere, occupando militarmente parte del territorio di Melendugno e a proteggere gli interessi della società TAP. Ancora una volta un governo schiera la polizia non a difesa dei cittadini ma per tap proteste poliziaproteggere interessi privati e particolari. Ancora una volta questo governo, come altri governi precedenti, risponde con la violenza, la militarizzazione, gli scudi e i manganelli alle proteste dei propri cittadini. In Salento, come in Val Susa, i cittadini chiedono di essere ascoltati, di avere voce in capitolo sul futuro del proprio territorio ma nessuno gli da’ retta, anzi. C’è chi grida alla violenza dei manifestanti, c’è chi esprime sconcerto per chi taglia delle reti o per chi si frappone tra un albero e una ruspa. Quando però si vedono camion portare via interi alberi, che erano lì prima ancora che l’idea stessa di un governo democratico venisse realizzata nel nostro Paese, quella no, quella non è violenza. Chiunque prenda decisioni o compia atti che violino la libertà di qualcun altro commette un atto di violenza. Quando uno Stato concede parte del proprio territorio, in barba ai diritti alla salute, alla protesta e all’opinione dei propri cittadini, commette un atto di violenza. Ci stupiamo ancora che si risponda con la violenza alla violenza. Vogliamo ancora misurare la differenza di violenza tra una pietra tirata e lo stupro di un territorio? Qual è l’unità di misura della violenza?

 

Il Salento, oltretutto è sede di una delle più importanti università italiane. Il Rettore dell’Università del Salento, Vincenzo Zara, non ha preso una posizione netta nella vicenda ma ha messo a disposizione le risorse scientifiche dell’ateneo a favore del dialogo tra le parti. «Nel rispetto delle differenti posizioni sulla vicenda TAP, il mio auspicio – ha dichiarato il rettore a Lineadiretta24 – è per il superamento delle divisioni e contrapposizioni che si sono verificate soprattutto negli ultimi giorni intorno al cantiere. Sono convinto che debba prevalere la ragionevolezza ed essere ripristinato un clima di sereno confronto democratico e di discussione razionale. Non si tratta di stabilire il vantaggio di una delle parti in causa, ma di ragionare sul futuro dell’intero Salento, che innanzitutto merita di non subire divisioni e lacerazioni. In questo senso l’Università può contribuire, sulla base delle competenze scientifiche possedute in vari ambiti disciplinari, allo sviluppo di un approccio più sereno e razionale».

 

L’approccio razionale non è di certo facile da realizzare quando si parla di salute, di sicurezza e di sopravvivenza della propria terra. Quando il posto in cui sei nato e cresciuto, dove hai la tua casa e il tuo lavoro, viene minacciato, il primo istinto è quello di difenderlo: altro che approccio razionale. Andatelo a dire agli allevatori delle montagne terremotate nell’Italia centrale: dite loro di abbandonare i propri animali e avere un “approccio razionale”. La razionalità è legata al calcolo; il calcolo è legato alla convenienza. I salentini stanno già subendo una scelta di convenienza: che il gasdotto arrivi proprio lì conviene a TAP e conviene a noi. tap sindaci salento protestaNoi che non siamo salentini, che non coltiviamo ulivi, che magari in Salento ci andiamo una settimana in vacanza d’estate. Questa è la convenienza, la razionalità e il calcolo all’italiana. Perché in questo Paese si fa differenza tra Salento, Centro Italia o Pianura Padana: ci dividiamo già solo denominando i luoghi in cui viviamo. Se vengono espiantati ulivi in Salento è triste ma se questo consente, a me romano, di pagare meno il gas è una tristezza che, razionalmente, posso accettare. E vale lo stesso per i trafori in Val Susa o le fabbriche di scarpe nel cuore di due parchi nazionali per risollevare l’economia colpita dal terremoto. È la forza del calcolo, della ragione e del falso progresso. Per il dialogo, come per gli ulivi, non c’è posto.

 

Twitter: @g_gezzi

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Giulio Gezzi

Laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata. Da sempre interessato alla politica e alla storia contemporanea almeno tanto quanto alle serie tv, al cinema e al calcio. La ricerca dell'autonomia è quello che mi ha guidato fin'ora.