Stato non vede, Cie non duole

Pochi giornalisti l’avevano raccontato da vicino finora. Finché, sulla scia di Lampedusa, è esplosa la protesta anche a Roma nel centro di Ponte Galeria, dove già a febbraio alcuni immigrati erano stati protagonisti di una rivolta incendiaria. Questa volta, in più di dieci hanno preso ago – utilizzando la parte metallica di un accendino – e filo – ricavato da una coperta – e si sono cuciti le bocche, agli angoli, nel segno di una protesta che dietro la connotazione autolesionista nasconde non solo rabbia ma profondo disagio psicologico. Protestano contro i tempi di detenzione troppo lunghi, contro l’eterno limbo burocratico cui sono confinati per mesi, troppi, perché come dichiara uno di loro <<(…)c’è gente che vive in Italia da 9 anni, da 10, da 24. C’è persino chi è qui dal 1981. Come mai? Come mai? Non hanno fatto nulla. Questa è una vita che non è giusta>>.

E così, come per magia, anche Roma si è svegliata dal torpore omertoso. Persino il sindaco Ignazio Marino ha invocato via social network la revisione della legge Bossi-Fini, definendo i Cie <<luoghi disumani>> dove vengono <<equiparate ai criminali persone che fuggono da guerre, violenze e povertà>>. Lo stesso miracoloso risveglio che ha colpito come una potente scossa umanitaria il Ministro dell’Interno Alfano e il sindaco di Lampedusa, subito dopo l’incendio mediatico che ha travolto l’isola e fatto terra bruciata ai vertici della gestione del Centro.
All’improvviso, il risultato pietoso di anni ed anni di politiche inesistenti e disinteresse statale è venuto a galla, pezzo per pezzo, come tanti di quei corpi in mare che ormai era troppo tardi per salvare. All’improvviso qualcuno paga, ma nulla cambia. Lo Stato torna in letargo, assente illustre fino alla prossima occasione.
E tutti i volontari che meno di tre mesi fa hanno soccorso tante vite spezzate con le loro mani e se ne sono presi cura? Affossata dal peso calunnioso dei media e dall’inettitudine di uno Stato cieco, che cosa resta della loro lodevole umanità? Nessuna traccia.
Come nessuna traccia resta dei fondi stanziati dall’ Unione Europea, che dopo essere serviti per indire gare ed appalti, si sono trasformati in lunghe liste d’ attesa. A Lampedusa si dorme per terra, su “materassi” di fortuna che basterebbero per un terzo delle persone. Nel frattempo, tanti progetti approvati per Centri di Formazione, Centri Polifunzionali e ristrutturazioni di strutture esistenti continuano a ritardare, fra cooperative indagate, ricorsi, ritardi. Si parla di fondi europei per un ammontare di 500 milioni di euro in cinque anni, forniti all’ Italia per migliorare il sistema nazionale di controllo e d’assistenza per i profughi. Nessuna traccia. E adesso vogliamo dare la colpa all’ Europa?
<<Ho deciso di compiere questo gesto forte di protesta, rinchiudermi insieme ai profughi dentro il Centro di accoglienza qui a Lampedusa e rifiutarmi di abbandonare i profughi siriani ed eritrei nella loro solitudine e inascoltata protesta perché qui vengono tutt’ora lesi i diritti fondamentali della persona, così come non vengono rispettate le leggi del nostro Paese e le direttive in materia di protezione dei rifugiati. Non abbandonerò questo Centro finché non verranno rilasciati, come previsto dalla legge, tutti i profughi e destinati nei centri idonei per la loro accoglienza. A partire da Khalid e dai superstiti alla tragedia dello scorso 3 ottobre>>, ha motivato così il suo gesto Khalid Chaouki , deputato del PD che da sabato si è barricato nella struttura. Un gesto di forte impatto. Ma prima che si accendessero i riflettori? Naturalmente, nessuna traccia. C’è da interrogarsi se il vero crimine da denunciare siano le sterili “spruzzate” anti scabbia mostrate in televisione, o piuttosto il teatrino omertoso che uccide l’umanitarismo giorno dopo giorno,  ben prima che arrivino le telecamere. E lo soppianta con una squallida facciata di solidarietà last minute. Il criminale è chi si arricchisce, in fama o denaro, sulla pelle umana. Ma poiché ha cittadinanza e documenti in regola, non viene espulso, mai. E prolifera.

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arianna fraccon

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