Referendum Jobs Act: quesiti inammissibili per l’Avvocatura di Stato

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Quesito inammissibile sull’art.18, l’Avvocatura di Stato ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale che domani 11 gennaio si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum abrogativo le modifiche apportate dal Jobs Act allo Statuto dei lavoratori.

 

«Si palesa inammissibile» nonché a «carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo», questo il parere dell’Avvocatura che per conto della Presidenza del Consiglio ha presentato ricorso contro il quesito referendario riguardante l’art.18. Estensore delle memorie depositate il vice avvocato generale Vincenzo Nunziata, già difensore dell’Italicum su cui la Corte si pronuncerà il 24 gennaio. La tesi a sostegno bolla il quesito come il tentativo da parte della CGIL (proponente il referendum) di estendere il diritto alla reintegra sul posto di lavoro (in caso di licenziamento illegittimo) anche alle aziende che hanno un numero di dipendenti compreso tra i 5 e 15, ipotesi che lo Statuto dei lavoratori ha sempre escluso, anche prima del Jobs Act. Si legge nella memoria come «proponendosi di abrogare parzialmente la normativa in materia di licenziamento illegittimo, di fatto la sostituisce con un’altra disciplina assolutamente diversa ed estranea al contesto normativo di riferimento; disciplina che il quesito ed il corpo elettorale non possono creare ex novo, né direttamente costruire», e ancora sostiene Nunziata: «Secondo costante giurisprudenza costituzionale in tema di referendum abrogativo, non sono ammesse tecniche di ritaglio dei quesiti che utilizzino il testo di una legge come serbatoio di parole cui attingere per costruire nuove disposizioni».

 

Ma la battaglia dell’Avvocatura non si ferma qui, le memorie infatti riguardano tutti e tre i quesiti referendari presentati dalla CGIL. Negli atti depositati per conto della Presidenza del Consiglio ci si schiera anche contro l’eliminazione dei voucher. Le motivazioni addotte sono semplici: lacuna normativa. Dalle memorie infatti si apprende che «l’abrogazione dal corpo del decreto legislativo 81/2015 dei tre articoli suddetti potrebbe determinare un vuoto normativo idoneo a privare di una compiuta e necessaria regolamentazione tutte quelle prestazioni che – per la loro limitata estensione quantitativa o temporale – non risultino utilmente sussumibili nel paradigma normativo del lavoro a termine o di altre figure giuridiche contemplate nell’ordinamento vigente». Inoltre, l’Avvocatura sottolinea che «il proposito referendario non è tanto quello di sopprimere i voucher, ma di abolire lo stesso istituto del lavoro accessorio», in base a questo perciò chiede la pronuncia di inammissibilità del quesito alla Consulta.

 

Per quanto riguarda invece il terzo quesito, riferito alle disposizioni che limitano congiuntamente la responsabilità dell’appaltatore e dell’appaltante verso il lavoratore, la tesi dell’Avvocatura si sposta su un altro piano, seppur simile al precedente e cioè che «l’eventuale esito positivo della consultazione condurrebbe ad una condizione di incertezza normativa».

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@FedericaGubinel

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Federica Gubinelli