Prozac a donne incinte e bambini con Sindrome di Down

A seguito del grande movimento d’opinione che si è creato attorno ad un fatto grave quanto taciuto dalla grande informazione, abbiamo intervistato la Prof.ssa Vincenza Palmieri – Presidente dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, creatrice e responsabile del Programma Nazionale “Vivere Senza Psicofarmaci” – che per prima ha lanciato il grido d’allarme contro la sperimentazione del Prozac su feti, donne incinte e bambini affetti da Sindrome di Down.

 

Prof.ssa Palmieri, come mai questo grande allarme e questo scalpore?

Nel mio lavoro, incontro situazioni drammatiche: esseri umani ridotti come larve. Parliamo di una violenza – quella della somministrazione di psicofarmaci – molto spesso grave, abusata e abusante, profittatrice. Non riesco neanche a concepire il pensiero che tutto questo possa accadere su un feto, con Trisomia 21 (Sindrome di Down) o meno, disabile o meno. Si usa un corpo per raggiungere un altro corpo: è una scatola cinese infernale, che solo un marketing come quello di certe  case farmaceutiche poteva concepire.
Quel piccolo feto non ha nessun diritto di piangere, di protestare, nessuna “rivendicazione sindacale” o protesta possibile: non può fare niente al riguardo.
In genere si fa molta attenzione quando si somministra un farmaco – anche un antibiotico – a una donna in gravidanza: sappiamo quanto possano essere dannose le trasmissioni dalla mamma al feto; non si capisce, allora, la leggerezza con cui si agisce in questo caso: non si tratta di  farmaci salvavita!

 

Perché la preoccupa tanto ciò che sta accadendo negli USA?

Tutte le sperimentazioni partono sempre o quasi dagli USA: l’organizzazione psichiatrica americana è fondamentalmente quella che detta le regole del marketing della follia, ha scritto e riscritto il DSM IV, poi V (il manuale fondamentale per le diagnosi, n.d.r.) ed è quello che, per  alzata di mano, stabilisce se il tamburellare con le dita sul tavolo sia o meno la manifestazione di un “disagio psichiatrico” da curare. È quella che ha guardato con affetto alla pandemia dell’iperattività, del bullismo, della dislessia, del metodo globale.
Ovviamente ciò che parte da un sistema così radicato e così colluso, in genere, dopo alcuni mesi, entra anche in Europa e in Italia, attraverso parascientifiche sperimentazioni, messaggi mediatici tra le righe, campagne di “sensibilizzazione” o richieste di attenzione verso i “disagi manifestati dai nostri giovani”.
D’altra parte, è molto più facile costruire una campagna di disseminazione dello psicofarmaco che formulare presso i nostri Ministeri una progettazione che aiuti le famiglie con ragazzi autistici, le organizzazioni di genitori di bimbi down, i diversi talenti, le famiglie che perdono il lavoro, le famiglie in genere.

 

Da noi, quindi, cosa succede? A Napoli la sperimentazione parte sui bambini. 

Per questo noi ci rivolgiamo alle mamme, ai papà, ai nonni, alla famiglia tutta di questi bambini. Chiediamo loro di bloccare questo orrore. Perché sono loro che, oggi, possono dire no. Soprattutto se nessun Garante per l’Infanzia sentirà il dovere di capirne di più al riguardo e lascerà che semplici genitori – per ragioni che solo loro sanno – divengano strumento di grossi e fagocitanti colossi dell’economia mondiale.
È assurdo che né un ministro, né un Presidente della Regione, né un Garante chiedano di vederci chiaro, laddove la Comunità Umanitaria ha già sollevato un grido di allerta.

 

Professoressa, qual è l’aspetto più deleterio, secondo lei, dell’impiego degli psicofarmaci?

Quando ci si ammala e si ha bisogno di un farmaco, spesso quel farmaco è utile. Un antibiotico, un antitumorale sono farmaci che salvano il corpo e la vita. Solitamente, questi sono prodotti che si assumono per un certo periodo, fino alla scomparsa del sintomo e della malattia; a quel punto si interrompono. A volte, smettendo il farmaco, si può avere una ricaduta e allora si reinterviene. Poi ci sono una serie di indagini oggettive che il medico prescrive: sangue, urine, raggi, elettroencefalogramma, visita ginecologica, eccetera: queste indagini esplicano la natura ed il decorso della malattia fino, si auspica, a guarigione.
C’è una sola “malattia” al mondo da cui non si guarisce mai. Perché quando si inizia ad assumere uno psicofarmaco, quel farmaco solitamente è prescritto per tutta la vita, associato, col passare del tempo, ad altri psicofarmaci che, di volta in volta, dovrebbero contenere l’effetto collaterale di quello assunto in precedenza. E consideri che, spesso, il farmaco è prescritto su base di diagnosi davvero inesistenti o per ragioni futili che avrebbero richiesto un tipo di intervento differente. Con pazienti o familiari di pazienti che non sanno ciò a cui andranno incontro!
Sono prodotti che causano dipendenza, che modificano il comportamento, l’umore, con effetti collaterali devastanti. Purtroppo, spesso, di fronte a casi di tragedia, troviamo persone in cura e in trattamento: è difficile capire se la manifestazione dipenda dalla causa per cui si era in cura o dall’effetto collaterale del trattamento.

 

Cosa si sente di dire, allora, ai genitori dei bambini a cui vengono somministrati psicofarmaci?

Vorrei dire a quei genitori che il diritto fondamentale che hanno i nostri figli è il Diritto alla Verità. Dare di nascosto uno psicofarmaco (di questi casi ne incontro tutti i giorni) al proprio figlio, gli nega la verità. Chiedo ai genitori di informarsi veramente, di ascoltare tutte le testimonianze e di leggere, attraverso questo movimento di allerta, un’altra verità: quella che forse nessuno ha ancora detto loro.
Perché la comunità scientifica non è fatta solo di profittatori e abusanti. Per essere Comunità e per essere Scientifica è il rispetto dell’ Essere umano a dover essere al centro di ogni prassi. Questo è vero e possibile. Il primo atto è far passare l’informazione corretta. Il secondo, divulgarla. Il resto, l’impegno vigile e costante per tutti i giorni a venire.

 

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Valeria Biotti