“Noi abbiamo vinto”: intervista a Ilaria Cucchi

Ho incontrato Ilaria Cucchi per parlare di Stefano. Di lei e di Stefano. Lo Stefano di tutti i giorni, quello Stefano che, invece, dentro un’aula di Tribunale è stato liquidato in tre parole – “era – un – drogato” – per  stabilire rapidamente in che modo “se la fosse cercata”. E su Amor Roma Mag, con lei abbiamo acceso la luce oltre quella parziale, scorretta, ingenerosa etichetta.
Ora non si può fare a meno di tornarci, però, in quell’aula di Tribunale. Per capire cosa stia succedendo e quale esito, ragionevolmente, ci si possa aspettare.

  • Ilaria, la tua vita, oggi, è votata alla battaglia per ottenere Verità e Giustizia. Tu credi in questa Giustizia che, in sostanza, deve giudicare se stessa?

Questa è una lotta da portare avanti a prescindere. Ma – sarò un’illusa – io credo nella Giustizia, credo che possa arrivare, con tutte le difficoltà del caso. Oggi so che chiedere allo Stato e alla Giustizia di giudicarsi è una cosa complicatissima, ma continuo a sperare.

  • Anche dopo l’ultima sentenza?

Quel giorno lo ricordo bene. Non ho pianto; anzi, sono uscita mentre ancora era in corso la lettura della sentenza e sono rimasta fuori a pensare. Poi, quando mi hanno raggiunta gli altri, ho detto “noi abbiamo vinto” e tutti hanno pensato “questa è matta, deve essere arrivata alla disperazione”.

  • Ne sei convinta ancora oggi. Perché?

Abbiamo affrontato 5 anni in cui sapevamo benissimo cosa fosse successo – noi l’avevamo visto, Stefano – ma, disperatamente e nelle maniere più bizzarre, si era negata l’evidenza. Si era parlato di scale, di Stefano morto di suo… Invece, quest’ultima sentenza ha riconosciuto il pestaggio.
Ora la Giustizia dice che LEI non è in grado di capire chi sia stato. Ma ammette il fatto. Ed è il SUO fallimento, non il nostro. Quindi abbiamo vinto perché in quelle aule e fuori da quelle aule, tutti sanno, tutti hanno capito. Prima mi dicevano “suo fratello si è lasciato andare”, ma non poteva quadrare, non aveva senso dopo quello che gli avevamo visto fare in Comunità (si veda la prima parte dell’intervista ad Ilaria su Amor Roma Mag di gennaio), non aveva senso soprattutto dopo aver visto il corpo di Stefano.

  • Quindi sarebbe logico aspettarsi il passaggio successivo, ora: il riconoscimento delle responsabilità

Non so se siamo pronti ad un simile passo.
Però ricordo un sogno che fece il mio migliore amico. Paolo mi raccontò che gli era comparso Stefano in sogno: “Dì a mia sorella che sto bene adesso dove mi trovo, dille che non avrà mai giustizia ma dille anche di andare avanti, perché quello che farà per me potrà servire per tanti altri”.

  • Se anche uscissero i nomi dei responsabili, dunque, non si scriverebbe la parola ‘fine’, per voi

Sicuramente non ci cambierebbe la vita. Nessuna sentenza ci potrà restituire Stefano e non portiamo avanti questa battaglia per spirito di vendetta. Però il riconoscimento di una responsabilità sarebbe un enorme passo avanti, per noi e per l’intera società. E sarebbe anche un monito per tutti coloro che altrimenti si continueranno a sentire legittimati ad agire nella stessa maniera, per una sorta di senso di impunità.

  • Qual è oggi tuo rapporto con le Forze dell’Ordine?

Io sono ancora nella fase – e questo deve far riflettere – in cui delle persone mi fido.
Il problema è anche che molti colleghi – onesti, corretti – non prendono, però, poi, le distanze dalla gente che sbaglia. Deve cambiare l’atteggiamento dei Sindacati, che puntualmente entrano in queste vicende prendendo le parti dei colpevoli,  screditando di fatto gli altri, gli onesti. E’ spirito di corpo, certo. Ma, se ci pensi, lo spirito di corpo intelligente lo difendi e lo affermi di più proprio prendendo le distanze dalle mele marce. Poi, io ricevo tante testimonianze di appartenenti alle Forze dell’Ordine che addirittura mi chiedono scusa. Queste sono le Forze dell’Ordine in cui mi riconosco, in cui credo, in cui confido.

  • E’ un lavoro complesso quello del Giornalista. Perché per l’ansia di rendere la vicenda nell’insieme o invece andare a cercare il dettaglio, spesso rischiamo di perdere il senso profondo di ciò che raccontiamo. Allora ti chiedo “quale sia la domanda giusta”. Cosa chiederesti, tu, ad Ilaria Cucchi?

Forse mi chiederei: “Perché vai avanti, cosa ti dà la forza di andare avanti?”
Vado avanti continuando a credere nella Giustizia, pur sapendo che mio fratello è morto di Giustizia. Perché è così: Stefano è stato davanti ad un PM per circa 1 ora, in udienza per direttissima, quando era appena stato pestato, era in condizioni di sofferenza e quelle persone non l’hanno nemmeno guardato in faccia.

  • Voi avete sempre combattuto onestamente. Non avete mai negato gli aspetti meno edificanti della condotta di Stefano

Non abbiamo mai voluto far credere che Stefano fosse qualcuno da imitare in tutto e per tutto, un mito, un eroe. Dopo la morte di Stefano, non avevamo il coraggio di tornare in quell’appartamento. Da lì lui era uscito quella mattina, pensando di tornare la sera. Immaginavamo il letto disfatto … non eravamo pronti. Ma quando abbiamo sentito di poterlo fare, oltre all’ansia, al dolore, c’era anche  la paura di trovare qualcosa.

  • Stefano era stato arrestato per spaccio

Si, anche se io sono convinta che mio fratello non fosse uno spacciatore. Non aveva un euro sul conto, per esempio. Ma non cambia affatto la sostanza delle cose. Probabilmente nei meccanismi della droga qualcuno lo aveva utilizzato. Quando i miei genitori sono andati nell’appartamento, hanno effettivamente trovato un quantitativo importante di droga. Stefano era morto, il procedimento a suo carico era ovviamente chiuso e forse qualsiasi altra persona non avrebbe detto nulla.
La famiglia Cucchi non è così. E’ quella famiglia che è andata dal PM a dire “mandate i Carabinieri a casa di Stefano perché abbiamo trovato della droga”. Nessuno ci è stato riconoscente per questo.
Siamo stai onesti, si, non avremmo potuto fare altrimenti. E questo è ciò che mi dà la forza di andare avanti: il fatto di poterlo fare a testa alta.

 

(continua domani … qui su Lineadiretta24)

Vuoi commentare l'articolo?

Valeria Biotti