“Muro basso”, la vita dei beni confiscati

I due registi hanno realizzato un film documentario prodotto dalla factory bolognese Caucaso, dal titolo “Muro Basso – se la decrescita è anche uno spazio”. Attraversando l’Italia da Nord a Sud, hanno scoperto e mostrato alcune realtà presenti di riuso dei beni confiscati e chi le vive, occasionalmente o tutto l’anno.

Alla fine di questo lavoro e dopo aver attraversato tutta l’Italia, che idea si è fatto sulla realtà dei beni confiscati?
Stefano Migliore: «La legge sul riuso dei beni confiscati pone l’Italia in una posizione di avanguardia non soltanto sul fronte politico ed economico ma creando una vera e propria prospettiva di sviluppo. Il film associa il nuovo processo di assegnazione a scopi sociali dei beni confiscati alla criminalità a un’idea di decrescita, la decroissance della scuola francese, ovvero una matrice, una serie di possibilità che possono presentarsi non per arrivare a un obiettivo di mera sopravvivenza, ma di riuscita e di successo. Il beneficio non è solamente la salvezza di un luogo che da privato diventa pubblico; il bene confiscato diventa un luogo di incontro, di formazione, di cambiamento.»

Alcuni esponenti politici propongono di vendere i beni confiscati per riempire le casse statali e uscire dalla crisi economica. Cosa ne pensa?
Stefano Migliore: «Noi non crediamo sia questa la soluzione, basta una teoria a livello economico abbastanza blanda e attaccabile per capirlo. La legge 109/96 fortemente voluta da Don Ciotti e da Libera ha provveduto a risolvere quello che era il principale problema della legge Rognoni-La Torre: il bene, una volta venduto, tornava facilmente in mano al mafioso al quale era stato confiscato. Più che vendere quindi é importante riformare questi spazi dove si formano cittadini.»

Come viene vissuta dalle comunità locali la presenza e il cambiamento di quel bene?
Enrico Masi: «Sicuramente quella che abbiamo visto noi non è la realtà di tutti i beni confiscati ma una realtà che fa da guida, questi spazi diventano spazi ideali. Nel documentario, riprendendo le teorie educative di John Dewey, il regista ha un ruolo pedagogico, diventa una sorta di selettore, si prende una parte e la eleva. In tutte le esperienze ci sono due realtà: i ragazzi, attivisti che arrivano da tutta l’Italia, per un periodo come turisti e, le persone autoctone che vivono una novità del luogo che è per loro quotidiano. Gli attivisti vivono un luogo che prima non conoscevano e poi tornano nelle loro case e dalle loro famiglie più o meno borghesi, mentre gli autoctoni vivono un momento straordinario della loro quotidianità dove devono restare tutto l’anno. Le idee, le voci che circolano relativamente a cosa si fa all’interno degli spazi confiscati sono il classico dubbio provinciale, soprattutto al Nord. Al Sud ti vengono a controllare, arrivano con i motorini, sanno dove compri ogni cosa. Chi vive attraverso quel bene tutto l’anno, fa molta fatica ma è un tentativo, una piccola rivoluzione, attaccata da destra e da sinistra. Chi vive i territori del Sud l’abbiamo visto spesso amareggiato, le esperienze dei campi estivi organizzati da Libera sono molto belle ma durano solo due settimane, e poi? Nonostante si parta da basi difficili su una cultura superficiale, la battaglia da fare oggi è educativa e culturale.»

 

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