Marino e il dibattito sulla prostituzione in Italia

Davanti ai microfoni di Radio Radio il sindaco di Roma in carica ormai da quasi un anno si è dichiarato «favorevole a che ci siano zone dove la prostituzione è consentita e zone dove non lo è». E così, tra quanti si sono trovati d’accordo (radicali in primis) e quanti hanno espresso il loro dissenso (le parti più reazionarie del Paese), si è tornato a parlare di legge Merlin e di case chiuse, rispolverando antichi dissapori e posizioni del secolo scorso. «Questo dilagare della prostituzione», riflette Marino, «non solo arreca un danno al decoro della città, ma crea situazioni di disagio gravissimo ad alcuni quartieri». Verissimo, ma allora vi è una ragione di più, noi crediamo, per la quale la risposta non può essere quella della zonizzazione o della ghettizzazione. Significherebbe decretare la morte di un’intera area urbana destinandola alla perdizione, col rischio certo che in un regime di segregazione fenomeni quali la criminalità e il traffico di droga troverebbero un’isola felice in cui potersi espandere nell’indifferenza generale.

La proposta è così poco assennata che ci troviamo perfino d’accordo col consigliere del Pdl Giordano Tredicine (per intenderci quello dell’inchiesta sul monopolio degli ambulanti al centro di Roma): «Scusi sindaco, quali sarebbero le fortunate zone della città che, se avesse facoltà di legiferare in tema di prostituzione, intenderebbe valorizzare disseminandone le strade di prostitute?». D’altro canto però appare più insostenibile l’ipotesi di retrocedere dalla legge Merlin, come vorrebbe tanto la destra – quella di Berlusconi e quella nuova di Alfano – quanto la Lega, che tra i 5 punti portati avanti dal referendum indetto il 29 marzo ha inserito proprio l’abrogazione della legge datata febbraio 1958. Non è pensabile, come vorrebbero Salvini e i suoi, che nel XXI secolo lo Stato guadagni tassando la prostituzione come accadeva ai tempi delle case di tolleranza. Si tornerebbe ad uno Stato lenone che andrebbe a ledere quegli stessi principi di uguaglianza e di parità dei diritti di cui vuole (e deve) farsi garante. Ed è lo stesso Stato che oggi lucra sulle slot machine e lo stesso che guadagna, suona ormai anacronistico dirlo, dal monopolio sui tabacchi. Certo i sostenitori del ritorno al passato fanno appello al precetto del conclamato realismo: la prostituzione è sempre esistita ed esisterà ancora in saecula saeculorum, dunque se non possiamo debellarla tanto vale gestirla nel modo più sicuro. Ma anche l’omicidio, si esagera intenzionalmente, esiste dai tempi di Caino, e non è certo un buon motivo per avallarlo. La prostituzione, quando se ne abbandoni il mito romantico, va contrastata e non per grette considerazioni di morale, semmai di etica nella misura in cui questa coincide nel poter scegliere di vivere la vita nella sua piena dignità. E se come accade negli ultimi anni questa è legata a doppio filo a dinamiche migratorie allora va combattuta con politiche di integrazione, creando lavoro, riducendo la povertà e la disperazione, non soltanto con le manette. Quando poi il modello abolizionista non funzioni, come abbiamo visto che non funziona in Italia, nulla vieta che si adottino altre misure. Ad esempio il modello proibizionista di tipo svedese, per il quale ad essere punito è il cliente, non chi si prostituisce.

Per far ciò tuttavia occorrono leggi nazionali, ed il sindaco di una città, qualunque essa sia, non ha di fatto nessun potere in materia. Ma Ignazio Marino questo lo sa, è in buona fede, come sa di essere sbadato in molte altre faccende (stiamo parlando dello stesso che ha nominato amministratore dell’Ama un soggetto indagato per traffico illecito di rifiuti, salvo poi chiedergli di dimettersi appena ne è stato informato). E se tutti usassero sempre la bicicletta come fa lui, i clienti non saprebbero neppure dove farle salire, le prostitute.

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Fabrizio Papitto

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