L’Italia dello stage: lo schiavismo in chiave moderna

Premessa fondamentale di un rapporto di collaborazione tra stagista e azienda secondo la legge 92/2012 è l’obbligo di garantire una retribuzione minima sottoforma di rimborso spese; quindi per legge, gli stage non devono essere più fatti in forma gratuita. L’inadempimento di tale rimborso prevede per l’azienda ospitante una sanzione che varia dai mille ai seimila euro, anche a seconda della quantità e della qualità del lavoro.

Altro requisito fondamentale è che lo stage può ritenersi tale entro un anno dalla fine degli studi, poiché dopo questo tempo, la legge ritiene che la persona sia a tutti gli effetti un professionista. Non esiste il semi-professionista, come non esiste in termini logici il concetto di formazione gratuita per entrare nel vivo dell’azienda. La formazione è un concetto che non può rimanere agganciato all’ideologia didattica, scolastica, perché di lavoro si tratta.

Poi ci sono i numeri, tradotti in quantità di persone che possono prendere parte in qualità di stagisti all’interno di un’azienda. La legge racconta, e lo scrive anche per ogni tipo di esigenza, che per ogni cinque dipendenti è previsto l’inserimento di un tirocinante. Ciò significa che una società non può avvalersi di un team di stagisti allo sbaraglio, non può incrementare i propri profitti attraverso lo sfruttamento, e ha l’obbligo di garantire un’adeguata assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Uno schiavismo rivisitato al nuovo millennio dunque, che per esigenze evidenti doveva camuffarsi sotto altre espressioni, fino a trovare anche nel nome una ricercatezza un po’ bohémienne, prestata generosamente dai vicini d’oltralpe. Perché il lavoro nobilita l’uomo; lo sfruttamento, però, cancella l’estro e la fantasia. Conviene?

di Nicoletta Renzetti

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Nicoletta Renzetti

editor di ld24 cronaca di roma..eee

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