Le dimissioni di Renzi: cosa succede?

Con il NO non cambia nulla era uno dei fulcri della campagna referendaria per il Sì ma le dimissioni di Renzi hanno smentito definitivamente questa idea. Il messaggio che si voleva far passare, infatti, era quello secondo il quale dire di NO equivalesse all’accidia, alla stasi, alla resa, al conservatorismo dello stato di cose. Evidentemente non è così. La vittoria del NO ha portato a un cambiamento, almeno nel breve periodo. Le dimissioni di Renzi e la fine della sua esperienza di governo sono in sé un cambiamento. Ma un cambiamento verso cosa? Cosa succede adesso?

dimissioni di renziOggi Matteo Renzi, dopo il consiglio dei ministri, sarà ricevuto da Mattarella a cui presenterà ufficialmente le proprie dimissioni. Sarà quindi il Presidente della Repubblica a decidere cosa fare, dopo un rapido giro di consultazioni con tutte le forze politiche parlamentari. Le opzioni a disposizione sono molte. Potrebbe decidere di proseguire con l’attuale governo, cambiandone il leader, con il solo scopo di riformare la legge elettorale in tempi brevissimi e indire le elezioni in primavera. Ma questa non è l’opzione che piacerebbe al M5S, che non ci pensa proprio ad appoggiare l’attuale governo. Dalle parole dette in conferenza stampa ieri dai rappresentanti grillini sembrerebbe che la loro intenzione sia di andare alle elezioni, vincere e far approvare la loro legge elettorale così com’è emersa dalle votazioni on-line. Difficilmente Mattarella potrebbe concedere ciò, anche perché vorrebbe dire avere comunque un nuovo parlamento illegittimo, se votato con l’attuale legge elettorale. L’opzione più realistica è dunque quella di un cambio di guida dell’attuale governo. Le voci che circolano nelle ultime ore riferiscono di tre nomi: Padoan, Grasso e Franceschini. L’attuale ministro dell’economia ha buoni rapporti con le istituzioni europee e potrebbe essere il nome giusto per stabilizzare i mercati e portare a termine la legge elettorale, vista anche la necessità di approvare la legge di stabilità. Pietro Grasso, presidente del Senato e (ancora) seconda carica dello Stato, è ben visto dal M5S, ha ottimi e storici rapporti con Mattarella e ha le conoscenze giuridiche necessarie a potersi facilmente districare nelle pieghe di una nuova legge elettorale. Dario Franceschini è invece il nome più politico, attuale ministro dei beni culturali, gode di un buon appoggio da parte dei parlamentari PD ed è una figura adatta a un traghettamento.

 

Con le dimissioni di Renzi, oltretutto, si apre una nuova fase politica. Evidentemente è stato il governo e in particolare Renzi stesso a perdere questo referendum. Ma non è affatto vero il contrario, ovvero che siano stati i partiti del NO a vincere. Infatti, mentre il 40,05% dei SÌ è un risultato quasi interamente attribuibile a Renzi, lo stesso non può essere detto per il 59,95% del NO che va distribuito su un fronte molto più eterogeneo. In quel 59,95% che ha portato alle dimissioni di Renzi ci sono tutti i partiti di opposizione: dal Movimento 5 Stelle alla Lega, da Forza Italia a SEL. Ma oltre ai soggetti partitici, vanno considerati tutti gli altri gruppi politici che in qualche modo andavano a formare il comitato per il NO: centri sociali, antagonisti, sinistra radicale ma anche il fronte opposto. Con il suo discorso di ieri sera, Matteo Renzi ha ufficialmente passato il pallino del gioco nelle mani dei propri avversari. Quando dice che aspetterà le loro proposte riguardo la riforma della costituzione, sta lanciando un guanto di sfida che sa non potrà essere raccolto dal fronte del NO in toto. Troppo diverse le prospettive e le opinioni di chi ha detto NO alla riforma Boschi-Renzi. Eppure ci si aspettano delle alternative, soprattutto dal M5S che ha nel proprio motivo di essere quello della riduzione di parlamentari e burocrazia. Le dimissioni di Renzi sono dunque una lama a doppio taglio per chi ora le festeggia. Un coltello afferrato dalla lama che se stratto troppo rischia di creare seri danni. Questa è l’occasione per il M5S in particolare di mostrarsi soggetto politico, come ha sottolineato Di Battista ieri durante la conferenza stampa. Se non è più l’antipolitica a muovere gli animi grillini, se è vero che il Movimento si è accorto di essere a pieno titolo un soggetto politico, è questa l’ora di dimostrarlo. E le dimissioni di Renzi sono un chiaro invito a mostrare cosa sono in grado di fare.

 

Ma Renzi ora che fine farà? Chi lo conosce parla di un uomo che non ci pensa proprio ad arrendersi. Intanto dovrà superare lo scoglio rappresentato dal proprio stesso partito. Le dimissioni di Renzi sono infatti da Presidente del Consiglio ma è tutt’ora segretario del Partito Democratico. Carica che, però, potrebbe vacillare alla prossima riunione di segreteria. Dovesse rimanere segretario del PD, potrebbe giocare un ruolo importante nei mesi che ci separano dalle elezioni e intanto iniziare a fare una campagna elettorale che lo potrebbe portare alle primarie e alla candidatura alle prossime elezioni politiche. Di certo non se ne andrà con il bollino di quello “mai votato”.

dimissioni di renzi

Un’ultima analisi va fatta sia sul voto del referendum costituzionale sia sulle dimissioni di Renzi. Dagli ultimi dati e dalle statistiche post-voto emergono valori interessanti. Secondo tutti gli istituti statistici gli under 35 hanno votato per il NO: la forbice oscilla tra il 69% e l’81%. Lo stesso vale per i disoccupati, che bocciano la riforma del governo del Jobs Act, nonostante Renzi in conferenza stampa continui a dire che lascia un Paese con più posti di lavoro. Dati pesanti per il presidente “giovane”, quello della rottamazione, dello svecchiamento. Il SÌ ha vinto solo tra gli over 55. Secondo l’istituto demoscopico QuorumSas almeno un elettore PD su 4 avrebbe votato per il NO, 1 su 5 di centrodestra ha invece votato per il SÌ. Questo rafforza la tesi del voto di coscienza sui contenuti della riforma piuttosto che un voto contro Renzi. Il che da una parte fa uscire l’ex presidente del consiglio meno ferito di quanto possa sembrare ma, d’altrocanto, rafforza la pressione politica del M5S il cui bacino di voti è sicuramente tra i più giovani.

 

Twitter: @g_gezzi

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Giulio Gezzi

Laureato in Storia e memoria delle culture europee presso l'Università di Macerata. Da sempre interessato alla politica e alla storia contemporanea almeno tanto quanto alle serie tv, al cinema e al calcio. La ricerca dell'autonomia è quello che mi ha guidato fin'ora.