La controffensiva ilva

La lettera, recapitata dai custodi incaricati della messa in commercio dei prodotti, proponeva un incontro per stabilire le modalità dell’atto. Tubi, coilis e bramme, posti sotto sequestro il 26 novembre, entreranno nel mercato fatturando ottocento milioni di euro. Somma che, secondo le disposizioni del giudice Patrizia Todisco, convoglierà in un conto bloccato, indisponibile all’azienda e sotto il controllo della magistratura. Chiare sono le posizioni della società che, come si legge nella nota <<si riserva di chiedere i danni a chi dovesse risultarne responsabile>> precisando che <<diversi ordini sono stati cancellati negli ultimi mesi dai clienti per l’indisponibilità della merce>>.
Tale decisione infatti entrerebbe in contrasto con la legge 231 del 24 dicembre, nota anche come legge SalvaIlva, che tutela il diritto dell’azienda a commercializzare i prodotti messi sotto chiave dai giudici. A tal proposito si afferma che <<le questioni di illegittimità costituzionale sollevate dal GIP e dal Tribunale non fanno venir meno e non sospendono la legge in vigore che deve quindi essere applicata e alla quale Ilva intende attenersi>>. I guadagni fantasma invece avrebbero potuto coprire i costi per l’attuazione dell’AIA. L’epilogo è lontano come lontana è la fine delle opere di risanamento previste. Insomma l’ennesimo caso di inefficienza all’italiana.
Mentre nei piani alti si sferrano colpi a suon di ricorsi legali e milioni di euro, i lavoratori di Taranto aspettano ai piedi del Ministero del lavoro i loro spiccioli di cassa integrazione. Gli accordi con i sindacati hanno portato alla decisione per la cassa integrazione in deroga di 600 dipendenti. Altri 6500 invece aspettano ancora le disposizioni per quella straordinaria. Le istituzioni, per voce del sottosegretario al Welfare Michel Martone, secondo quanto riportato da Repubblica, stanzieranno i fondi fino a marzo. Le altre decisioni rimandate. Ancora. Al tavolo dei potenti, dunque, cha da un lato vede la società della famiglia Riva decisa a non perdere ulteriori incassi, il governo che cerca di mediare racimolando soldi e promesse e i sindacati non seggono i protagonisti o meglio le vittime. La sorte degli operai ancora una volta è messa in mano alla macchinose pratiche burocratiche e strozzata dal braccio di ferro tra azienda e magistratura. 

 

di Maria Chiara Pierbattista

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Maria Chiara Pierbattista

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