La componente psichiatrica delle dipendenze

 

A questi quesiti ha risposto il dottor Domenico Mazzullo, psichiatra e psicoterapeuta impegnato anche in trasmissioni della RAI come Verdetto Finale, il quale sottolinea come sia difficile dare una spiegazione definitiva a questi fenomeni, per quanto, comunque, un rapporto generale sia possibile stilarlo.

Sono rimasta colpita nel constatare, in base a una testimonianza di esperienza vissuta, che la dipendenza da alcol sia associabile a quella da gioco.
L’alcolista, se smette di bere anche per venti anni, sicuramente ricade nella dipendenza da alcol una volta che beve di nuovo un goccio di qualcosa. Per il gioco vale lo stesso discorso: un giocatore non guarisce mai definitavemente. Nella droga invece tutto è più complesso: generalmente un tossico recuperato non subisce ricadute.

Perché?
Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che tutti e tre i tipi di fenomeni, ovvero gioco, alcol, droga, quando sfociano nella patologia, presentano il denominatore comune della dipendenza, ossia il biosogno incontenibile di procurarsi quell’elemento. Questo desiderio deriva da un fattore biologico, presente in ognuno di noi. Nel nostro sistema nervoso infatti esiste il nucleo accumbens, deputato a distinguere le esperienze piacevoli da quelle spiacevoli e che, collegato ad altre strutture cerebrali, porta a farci memorizzare le prime e, di conseguenza, a ricercarle. Tutto questo avviene attraverso la produzione della dopamina, ovvero l’ormone della felicità. Se però le esperienze piacevoli “normali”, quali il mangiare e l’attività sessuale, vengono abbinate a esperienze “soprapositive”,  quali l’alcol o la droga e anche il gioco, vista la sua capacità di creare eccitazione al dipendente, in un primo momento coesistono, con il passare del tempo il dipendente inizia a non voler più ricercare le prime perché non gli bastano più, considerato l’apporto maggiore di eccitazione che invece gli recano le seconde. 

Quindi tutti, potenzialmente, possiamo divenire dipendenti da gioco, cocaina o alcol?
Si, assolutamente, il principio è uguale per tutti visto che ogni individuo possiede un sistema nervoso che secerne sostanze inibitorie o eccitanti, quali la dopamina appunto. Secondo alcuni studi, però, il più recente è stato operato proprio sul fenomeno del gioco d’azzardo patologico da un gruppo di scienziati dell’università di Cambridge, emerge che la dipendenza da gioco è legata a delle genetiche distorsioni cognitive. I ricercatori hanno infatti assegnato ai pazienti con lesioni in parti precise del cervello delle attività di gioco d’azzardo, per suscitare in loro la falsa credenza del giocatore: ovvero quella del “prima o poi devo vincere”, elemento scatenante della dipendenza. Il risultato è stato che tutti i pazienti che mostravano un’iperattività della parte del cervello chiamata insula, legata all’emotività, sviluppavano la cosiddetta falsa credenza della vincita, mentre coloro che l’avevano danneggiata no. Dunque una predisposizione genetica al gioco esisterebbe.

E invece, per riallacciarci al discorso di prima sull’alcol e la droga, cosa accomuna e differenzia il gioco da questi altri tipi di sostanze?
Per quanto riguarda l’alcol, visti i casi di ricaduta riscontrati in pazienti che avevano smesso, per un periodo, di bere, l’ipotesi è che ci sia una memoria del piacere più stabile rispetto a quella della droga. Se un ex alcolista si rimette a bere anche poco alcol, la memoria rievocata è molto forte e, dunque, si ricade nel circolo vizioso. Probabilmente, quindi, esiste una predisposizione genetica per l’alcol, così come per il gioco appunto. La tendenza a cadere nella trappola della droga, invece, sembra appartenere più a una condizione generale a cui forse tutti, indistintamente, siamo  potenzialmente predisposti, differentemente dall’alcol e al gioco la cui predisposizione sembra essere più un elemento discriminante tra le persone. Questo discorso non è comprovato ma lo è il fatto che, nel nostro sistema nervoso, sono stati individuati dei recettori, ovvero proteine che, legandosi a delle sostanze, possono variare la loro conformazione producendo un effetto biologico, adatti all’abbinamento con la morfina, contenuta nell’oppio, e con il tetraidrocannabinolo, nella marijuana. Se quindi esistono dei recettori, ci devono essere anche delle sostanze endogene, ovvero nel nostro sistema, che vanno a legarsi a questi. Un esempio di sostanza endogena è l’endorfina, prodotta dal cervello e dotata di proprietà analgesiche simili a quelle della morfina, appunto, e che interviene quando proviamo dolore. Il nostro sistema però ne produce una piccola quantità; quando invece un tossico si inietta la morfina o un’altra sostanza, la quantità è maggiore e va ad alterare l’equilibrio interno, inibendo le sostanze endogene che non verrano più prodotte. Per recuperarle c’è bisogno quindi di molto tempo e molta fatica.

Per questo è difficile ricadere nella dipendenza da sostanze stupefacenti?
Si, è un problema molto più intenso e molto più lungo da risolvere; una volta recuperato, infatti, l’ex tossico, mentalmente, ha difficoltà a riprovare quest’esperienza, come se avesse rimosso il tutto. Inoltre c’è anche da dire che la droga è un elemento localizzato in contesti particolari, quindi più difficile da raggiungere, a differenza invece dell’alcol e delle macchinette da gioco, che si trovano ovunque. Al gioco poi, a differenza dell’alcol, non ci si approccia per depressione. L’alcol, essendo una sostanza che si ingerisce, si abbina a una funzione anestetizzante, che fa appunto dimenticare i problemi. Il gioco d’azzardo è invece, all’inizio, semplicemente un gioco, con la “facoltà” però di stimolare quei neurotrasmettitori eccitatori e di creare dipendenza. In sintesi il gioco è: più facile da raggiungere, meno localizzabile e quindi curabile il disagio che lo provoca proprio perché, spesso, un disagio iniziale non esiste, e più difficile da sconfiggere completamente.

 

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Ilaria Francesca Petta

Più di là che di qua, nel senso metaforico...ma anche letterale. Classe 1986, nasco sotto il segno dei gemelli, di cui sono una chiara rappresentazione. Senza terra sotto ai piedi, con uno spiccato senso internazionalistico, credo che l'Italia sia un Bel Paese in declino, legato ancora a un glorioso passato. Laureata in lingue e traduzione, mi sono immersa in questa odissea, chiamata giornalismo, a 26 anni..forse tardi, ma assicuro che sto recuperando in pieno. Masterizzata in Comunicazione e Media nelle Relazioni Internazionali girovago come tirocinante, al momento nella Commissione europea a Roma.

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