Italo-Ntv: previsto aumento di capitale

Si parla di debiti per una cifra che si aggira intorno ai 700 milioni, con una perdita di 156 milioni nel biennio. Ma soprattutto si parla della messa in mobilità di 300 dipendenti su un totale che supera di poco le mille unità già in contratto di solidarietà e con un’età media di 28 anni. Un taglio del 30% dunque, un dato difficile da mandare giù in un Paese che secondo l’ultimo rapporto Ocse registra un tasso di disocuppazione giovanile pari al 42,9%.

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Com’è accaduto tutto questo? Cattiva gestione? Facile ad immaginarsi, basti ricordare che quando nel 2012 Luca Cordero di Montezemolo lasciò la presidenza di Ntv dopo la nomina alla vicepresidenza di Unicredit, l’incarico venne affidato ad Antonello Pericone, l’uomo del buco miliardario in Rcs MediaGroup. Lo stesso Montezemolo d’altronde non è nuovo a trovarsi in simili congiunture, tanto che qualcuno in rete lo ha già etichettato Re Mida e contrario. Ma un ruolo importante è stato ricoperto dallo Stato, che con la stessa logica di un’azienda privata (ma con tutti i vantaggi di chi rappresenta il pubblico) ha fatto ripetutamente ostruzionismo all’unico concorrente di Trenitalia sull’alta velocità. Dalla previdibile guerra sui prezzi – per la quale Ntv ha presentato ricorso all’Antitrust – alla grottesca inferriata che alla stazione di Roma Ostiense ostacolava, rallentandolo, l’accesso ai convogli color granata e oro del leprotto Italo (e che ha spinto a parlare della situazione italiana perfino il Guardian e l’Economist). Fino al Decreto di competitività varato dal ministro dello sviluppo Federica Guidi ed entrato in vigore il mese scorso, che prevede l’eliminazione del prezzo agevolato per l’energia elettrica (il combustibile dei treni). Un provvedimento che grava su tutti i vettori certo, ma che ovviamente pesa maggiormente sulla compagnia che paga 120 milioni annui per l’accesso alla rete e che dal 2015 vedrà aumentare l’importo di 15-20 milioni.

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Un’ostilità che d’altronde non viene taciuta da una parte del gruppo politico. Così l’1 settembre il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (Fi) ha lanciato uno di quei tweet kamikaze che da qualche tempo lo contraddistinguono (ricordate quello contro la sconfitta degli inglesi alle competizioni mondiali?): “Siete quasi falliti, rischioso comprare i biglietti venduti da Ntv”. Per tutta risposta la società lo ha querelato, e non ha esitato a definirli messaggi che “appartengono a una vecchia politica, portatrice di valori superati e di quella cultura del monopolio che al bene del Paese, alla concorrenza e ai benefici di un mercato aperto, preferisce, contro i cittadini, il punitivo ritorno al mercato protetto”. Due giorni dopo il gruppo Ntv tramite una pagina a pagmento su Repubblica e il Corriere ha inoltre indirizzato una lettera a Matteo Renzi articolata in 8 punti in cui l’azienda lamenta in sostanza la slealtà della concorrenza messa in campo da Ferrovie dello Stato, invocando l’intervento dell’Authority dei Trasporti.

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Intanto si affronta la ricapitalizzazione, per un ammontare di 80-100 milioni da spartire fra i vari soci nel rispetto di alcune condizioni. Tra i principali azionisti Intesa Sanpaolo (20%), Generali (15%), la francese Sncf (20%) e naturalmente Montezemolo, Della Valle e Punzo (35%). Si parla anche di un possibile cambio al vertice e dell’inserimento di nuovi soci a sostituire quelli meno convinti della nuova iniezione di capitali. Anche una volta pareggiati i conti, e confidando nell’onestà e nella qualità dell’amministrazione, rimane tuttavia da capire se ci siano le condizioni necessarie perché la società possa sopravvivere al confronto con chi fino all’altro ieri deteneva il monopolio dei trasporti ferroviari. Qualsiasi aumento di capitale si rivelerebbe altrimenti infruttuoso, e la società dovrebbe presto vagliare l’ipotesi di chiudere i battenti. Con tutto ciò che questo comporta per un Paese, il nostro, che ha bisogno come il pane di rilanciare le imprese.

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Fabrizio Papitto

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