Gioco d’azzardo e migrazione: lontani e vicini

I dibattiti al rispetto continuano all’interno della classe politica, in primis per quanto riguarda la questione ius soli. Su questo tema sembrano infatti esserci delle aperture, ma la nota incapacità di trovare un accordo da parte delle nostre care autorità porta, anzi, fa rimanere, in una situazione di stallo su un argomento così importante e per il quale siamo considerati, tra i Paesi europei, i più arretrati nelle misure da prendere. Questa paralisi sul discorso immigrazione è invece spesso smossa da realtà molto più ristrette e di certo non mischiate o protette da sistemi politici. Le realtà in questione, generalmente, sono rappresentate dalle Onlus: un esempio pratico è quello della Psy plus Onlus che, nata nel 2011, si occupa di diffondere aiuti psicologici sia nell’ambito nazionale che in quello internazionale. Tra le aree di competenza di questa associazione c’è appunto la situazione dei migranti, soggetti ai quali, trovandosi in un contesto straniero non sempre accogliente e di fronte a una burocrazia così difficile da penetrare, spesso un aiuto esterno orientato al loro inserimento nella società attraverso varie attività, è provvidenziale. La Psy plus Onlus si dimena anche nel gioco d’azzardo patologico e negli interventi volti a curare persone affette da questa dipendenza. Ciò che però distingue questa giovane associazione no profit è l’avvio di una ricerca sul campo, di cui spesso gli psicologi si avvalgono per stilare dei rapporti su particolari situazioni problematiche che accomunano diversi tipi di soggetti per poi programmare degli interventi mirati, riguardo lo studio associato tra il fenomeno del gioco d’azzardo e le abitudini dei migranti nel nostro Paese.

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Gioco d’azzardo e migrazione, come chiarisce la dottoressa Valeria Giannuzzi, psicologa e socia fondatrice di Psy plus Onlus «Non devono essere necessariamente abbinati: un migrante non per forza deve essere soggetto alla dipendenza da gioco ma, essendo questi, per definizione, una minoranza, la mancata integrazione a cui spesso deve sottostare potrebbe portarlo a rifugiarsi nel mondo, apparentemente incantato, del gioco d’azzardo». Questa difficoltà a integrarsi può manifestarsi sotto varie forme quali la difficoltà ad apprendere la lingua del Paese ospitante, la mancanza di luoghi di aggregazione che uniscano migranti e residenti, burocrazia insidiosa, crisi economica. Tutti questi aspetti uniti invece a un’offerta sempre più crescente di punti di gioco e dei nuovi macchinari che danno la possibilità di effettuare molte giocate insieme in pochissimo tempo, alla manipolazione semantica della pubblicità abbinata all’azzardo, all’effetto di alienazione derivante dagli strumenti di gioco che, quindi, non richiedono socializzazione con l’altro, possono contribuire ad abbindolare soggetti già vulnerabili come il migrante. «Non esistono individui portati alla patologia del gioco d’azzardo – sostiene Claudio Dalpiaz, psicologo psicoterapeuta e presidente di Psy plus Onlus – chiunque può divenirne dipendente ma, ovviamente, un individuo con un contesto poco favorevole intorno ha più possibilità di cadere nella trappola». Accanto dunque ai concetti caratterizzanti la cultura di provenienza del migrante, come, nel caso degli asiatici l’importanza religiosa del concetto di fortuna o, al contrario, la stigmatizzazione di questa da parte dei musulmani i quali però, constatando l’accessibilità del gioco in Italia, possono esserne molto attratti, esiste appunto il discorso di competenza sociale dei migranti. La loro difficoltà di integrazione spesso, può portarli a far terminare il progetto migratorio nelle macchinette, viste magari come elemento rilassante, facilmente accessibile, di raccoglimento e attraverso il quale è anche possibile fare fortuna. Ed è proprio quest’altra arma del gioco d’azzardo, in grado di approfittarsi delle persone più deboli, che la Psy plus Onlus vuole combattere.

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Ilaria Francesca Petta

Più di là che di qua, nel senso metaforico...ma anche letterale. Classe 1986, nasco sotto il segno dei gemelli, di cui sono una chiara rappresentazione. Senza terra sotto ai piedi, con uno spiccato senso internazionalistico, credo che l'Italia sia un Bel Paese in declino, legato ancora a un glorioso passato. Laureata in lingue e traduzione, mi sono immersa in questa odissea, chiamata giornalismo, a 26 anni..forse tardi, ma assicuro che sto recuperando in pieno. Masterizzata in Comunicazione e Media nelle Relazioni Internazionali girovago come tirocinante, al momento nella Commissione europea a Roma.

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