Frontiere e xenofobia: tutti complici, tutti vittime

Tanti punti senza identità ed umanità disseminati sulle carte geografiche come avamposti di oblio, desolazione e reiterata indifferenza. La diffusa ignoranza storica e geo-politica, alimenta sì il luogo comune dello straniero che ruba il lavoro, ma non stimola altrettanto la curiosità di comprendere perché nessun passo avanti venga fatto per rimettere in discussione la gestione delle dinamiche migratorie. Così, il civilissimo continente europeo, compie la sua squallida involuzione umanitaria, oltre che economica, con spaventosa coerenza, un passo indietro dopo l’altro. Quel che certamente oggi tutti o quasi tutti sanno, o hanno sentito dire, è che nella vicina Svizzera la consultazione popolare ha detto sì alla proposta avanzata dall’Unione di centro – partito conservatore nazionalista ed anti europeista -, di rinegoziare gli accordi bilaterali con l’Unione europea circa la libera circolazione delle persone, nonché ristabilire entro tre anni, i contingenti per i lavoratori stranieri. Insomma, mentre disparati movimenti per i Diritti Umani si muovono e manifestano per rivendicare i diritti dei migranti, con proposte stimolanti e concrete come la neonata Carta di Lampedusa, il popolo svizzero dà un segnale avverso di chiusura al dibattito. Tutto questo, nonostante il Governo, la maggioranza del Parlamento, le associazioni delle imprese elvetiche, i sindacati si fossero pronunciati contro l’iniziativa referendaria, sottolineando i vantaggi che la libera circolazione comporta anche per l’economia elvetica, che ha registrato nel 2013 un piccolo ma positivo tasso di crescita, con un tasso di disoccupazione contenuto. Ma il voto, responso popolare, ha premiato rumors e paure su una presenza eccessiva di stranieri. Questa volta, i pericolosi stranieri in questione sono i tanti lavoratori dell’ Ue che intendono risiedere stabilmente in Svizzera, e i frontalieri italiani che ogni giorno viaggiano da pendolari per recarsi sul proprio posto di lavoro oltre il confine.

Non è razzismo, si è detto. Per carità, il razzismo qui in Europa ci piace riservarlo a chi arriva da lontano attraverso lunghi ed estenuanti viaggi, in condizioni disumane, con mezzi di fortuna, senza documenti e senza lavoro, varcando confini in luoghi geografici dimenticati. Quello che non tutti sanno, è che esistono posti come Ceuta e Melilla, enclavi spagnole nel nord-africa, dove i violenti respingimenti degli immigrati ad opera della Guardia Civil violano sistematicamente le leggi sull’immigrazione e i Diritti Umani, tanto che il parlamento spagnolo ha chiesto le dimissioni del ministro degli Interni Díaz, per aver mentito sulla morte di 13 migranti, la scorsa settimana. O come Calais, una piccola cittadina che si affaccia sulla Manica, divenuta da oltre un decennio meta di migranti e rifugiati che tentano un attraversamento arduo e pericoloso dello Stretto, alla ricerca di un futuro che non hanno trovato sul continente europeo. Ecco, presso Calais transitano ogni anno almeno 1000 persone tra afghani, iracheni, iraniani, somali, eritrei e sudanesi, che provengono quindi da zone di conflitto o da Paesi con dittature. Esseri umani che se riuscissero ad accedere ad una procedura corretta di asilo otterrebbero la protezione internazionale, ma sono invece – secondo le denunce delle associazioni umanitarie che operano sul territorio – relegati in accampamenti informali, sottoposti alla violenza poliziesca ed ignorati dalle istituzioni che attuano anzi una politica disincentivante senza servizi e assistenza. Ceuta non è Lampedusa, perché non entra nei talk show in prima serata e sui telegiornali delle nostre reti nazionali. Calais non è Lampedusa, perché l’ignoranza dilagante si arresta entro i confini di ciò che ci tocca in prima persona, oltre i quali si trasforma in pura indifferenza. Neanche la Svizzera è Lampedusa, per ovvie differenze geografiche e politiche; eppure questi ultimi avvenimenti, che ci toccano da vicino,e mettono in discussione la sorte e il benessere di migliaia di nostri connazionali, ci costringeranno forse a valutare, grazie ad una leggera flessione di punto di vista, i possibili scenari di un contagio terroristico da cui nessuna frontiera può proteggerci. Non è razzismo? Chiamatela pure xenofobia: finchè resteremo tutti “estranei”, finiremo per diventarne tutti vittime. Oltre che complici, quello che siamo già.

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arianna fraccon

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